Un viaggio che non ti aspetti

trenoVagone del treno. Due ragazze leggono e ogni tanto si scambiano qualche parola. Sono tranquille e si godono il viaggio prevalentemente in silenzio.

Più avanti, invece, un gruppo di giovani conversa vivacemente e ogni tanto si lascia andare a risate accorate.

Più in là una bimba sui tre, quattro anni e i loro genitori, intenti a prendersi cura di lei e a riposarsi là dove è possibile.

Sembrano tutti nuclei diversi, assorti ciascuno nel proprio viaggio, mondi a sé stanti che ogni tanto incrociano qualche sguardo e sorriso amicale con gli altri passeggeri, per poi tornare alla propria attività e al proprio mondo.

A un certo punto la bimba comincia a giocare correndo da una parte all’altra del piccolo corridoio che si forma tra i sedili del treno. Dopo un po’ le due ragazze la guardano e le sorridono, quasi incitandola a proseguire. Anch’io la guardo divertita. È una bimba che ispira simpatia e allegria solo vedendola e che ti fa venire voglia di relazionarti a lei.

Qualche altro giro di corsa ed ecco che uno dei giovani ragazzi allunga improvvisamente un braccio bloccandole il passaggio. Quel braccio è un semaforo, che dopo qualche secondo si toglie e le permette di riprendere la corsa.

Io continuo a osservare, e rimango colpita dalla spontaneità e naturalezza con cui il ragazzo si è messo a giocare con la bimba, e dalla sua modalità aperta ma allo stesso tempo rispettosa con la quale si relaziona a lei. Osservo anche che non rinuncia a parlare con gli amici e a fare quello che faceva prima, solo che ogni tanto aggiunge un gesto accompagnato da uno sguardo sorridente che permette alla bimba di divertirsi.

Dopo un po’ la bimba cambia gioco e si nasconde dietro un sedile per poi far spuntare la testa sorridendo. Lo fa semplicemente per divertirsi, non sembra aspettarsi che qualcuno la assecondi. Tuttavia un’altra delle ragazze del gruppo si mette a giocare con lei facendo a sua volta capolino con la testa. Anche qui non ci sono parole, solo gesti e risate sincere.

Intanto le due ragazze continuano a leggere. Anche loro non interrompono le proprie attività. Restano sedute tranquille a godersi il viaggio, con l’unica differenza che ogni tanto guardano divertite la bimba che gioca.

I genitori, invece, sono attenti ma lasciano che la figlia si relazioni con gli altri passeggeri per giocare, nonostante si tratti di perfetti estranei.

bimbi che si abbraccianoContinuando a osservare, mi rendo conto che questi mondi, questi piccoli nuclei di viaggiatori stanno interagendo tra loro semplicemente attraverso gesti, sguardi e sorrisi. Nessuna parola, nemmeno nessun tentativo di chiedere il nome, la provenienza, la meta o lo scopo del viaggio. È come se non ci fosse il bisogno di conoscersi meglio per potersi relazionare, perché quello che c’è in quel momento è chiaro e sufficiente.

Mi vengono in mente gli studi scientifici sulla comunicazione non verbale che hanno dimostrato che alcuni gesti, sin dall’antichità, hanno lo stesso significato emotivo in tutto il mondo, dall’eschimese all’aborigeno australiano, dall’impiegato occidentale al bambino orientale, esattamente come sta accadendo davanti ai miei occhi. Comprendo la potenza di quel linguaggio privo di parole, ma allo stesso tempo internazionale, quasi atavico. Sicuramente è un linguaggio profondamente radicato in ognuno di noi, perché ha permesso a degli adulti, a dei ragazzi e a una bambina di comunicare senza difficoltà. Non solo, ha permesso a un’italiana, a due ragazze americane, a un gruppo di giovani spagnoli e a una famiglia di arabi di relazionarsi tra loro e di comprendersi con spontaneità e naturalezza.

“Vedi” mi sono detta “tante culture e lingue completamente diverse, ma, alla fine, siamo tutti e solo uomini”.

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