Un viaggio che non ti aspetti

trenoVagone del treno. Due ragazze leggono e ogni tanto si scambiano qualche parola. Sono tranquille e si godono il viaggio prevalentemente in silenzio.

Più avanti, invece, un gruppo di giovani conversa vivacemente e ogni tanto si lascia andare a risate accorate.

Più in là una bimba sui tre, quattro anni e i loro genitori, intenti a prendersi cura di lei e a riposarsi là dove è possibile.

Sembrano tutti nuclei diversi, assorti ciascuno nel proprio viaggio, mondi a sé stanti che ogni tanto incrociano qualche sguardo e sorriso amicale con gli altri passeggeri, per poi tornare alla propria attività e al proprio mondo.

A un certo punto la bimba comincia a giocare correndo da una parte all’altra del piccolo corridoio che si forma tra i sedili del treno. Dopo un po’ le due ragazze la guardano e le sorridono, quasi incitandola a proseguire. Anch’io la guardo divertita. È una bimba che ispira simpatia e allegria solo vedendola e che ti fa venire voglia di relazionarti a lei.

Qualche altro giro di corsa ed ecco che uno dei giovani ragazzi allunga improvvisamente un braccio bloccandole il passaggio. Quel braccio è un semaforo, che dopo qualche secondo si toglie e le permette di riprendere la corsa.

Io continuo a osservare, e rimango colpita dalla spontaneità e naturalezza con cui il ragazzo si è messo a giocare con la bimba, e dalla sua modalità aperta ma allo stesso tempo rispettosa con la quale si relaziona a lei. Osservo anche che non rinuncia a parlare con gli amici e a fare quello che faceva prima, solo che ogni tanto aggiunge un gesto accompagnato da uno sguardo sorridente che permette alla bimba di divertirsi.

Dopo un po’ la bimba cambia gioco e si nasconde dietro un sedile per poi far spuntare la testa sorridendo. Lo fa semplicemente per divertirsi, non sembra aspettarsi che qualcuno la assecondi. Tuttavia un’altra delle ragazze del gruppo si mette a giocare con lei facendo a sua volta capolino con la testa. Anche qui non ci sono parole, solo gesti e risate sincere.

Intanto le due ragazze continuano a leggere. Anche loro non interrompono le proprie attività. Restano sedute tranquille a godersi il viaggio, con l’unica differenza che ogni tanto guardano divertite la bimba che gioca.

I genitori, invece, sono attenti ma lasciano che la figlia si relazioni con gli altri passeggeri per giocare, nonostante si tratti di perfetti estranei.

bimbi che si abbraccianoContinuando a osservare, mi rendo conto che questi mondi, questi piccoli nuclei di viaggiatori stanno interagendo tra loro semplicemente attraverso gesti, sguardi e sorrisi. Nessuna parola, nemmeno nessun tentativo di chiedere il nome, la provenienza, la meta o lo scopo del viaggio. È come se non ci fosse il bisogno di conoscersi meglio per potersi relazionare, perché quello che c’è in quel momento è chiaro e sufficiente.

Mi vengono in mente gli studi scientifici sulla comunicazione non verbale che hanno dimostrato che alcuni gesti, sin dall’antichità, hanno lo stesso significato emotivo in tutto il mondo, dall’eschimese all’aborigeno australiano, dall’impiegato occidentale al bambino orientale, esattamente come sta accadendo davanti ai miei occhi. Comprendo la potenza di quel linguaggio privo di parole, ma allo stesso tempo internazionale, quasi atavico. Sicuramente è un linguaggio profondamente radicato in ognuno di noi, perché ha permesso a degli adulti, a dei ragazzi e a una bambina di comunicare senza difficoltà. Non solo, ha permesso a un’italiana, a due ragazze americane, a un gruppo di giovani spagnoli e a una famiglia di arabi di relazionarsi tra loro e di comprendersi con spontaneità e naturalezza.

“Vedi” mi sono detta “tante culture e lingue completamente diverse, ma, alla fine, siamo tutti e solo uomini”.

Oddio la febbre!

febbrePoco tempo fa mi è venuta la febbre, così, quasi all’improvviso. Quel giorno avevo lavorato e svolto le mie attività quotidiane più o meno come al solito. Avevo soltanto allentato un po’ il ritmo perché da qualche giorno avvertivo una leggera stanchezza di sottofondo, segnale che avevo interpretato come un bisogno da parte del corpo di rallentare per poter recuperare meglio le forze. Avendo distribuito gli impegni in tempi più lunghi, è stato più facile per me ascoltarmi e accorgermi che d’un tratto mi sentivo particolarmente strana. Decisi di misurarmi la febbre: 37,5

Essendo una persona che lavora molto su se stessa e che è quasi sempre “sul pezzo” ho subito intuito che probabilmente si trattava di quella che nel linguaggio della Nuova Medicina Germanica si chiama “crisi epilettoide”. In parole semplici è una specie di “crisi di guarigione”, una fase in cui il corpo “resetta” il sistema attraverso sintomi più o meno intensi, che generano appunto una crisi, per poi avviarsi a una fase che va incontro alla guarigione. Dopo quella crisi, infatti, il corpo ritorna a un nuovo equilibrio nel quale il sistema è addirittura migliore rispetto al precedente, è come se si passasse a un sistema operativo più aggiornato dopo aver eseguito un resettamento.

Così ho fatto mente locale e mi sono ricordata che poco tempo prima avevo risolto un trauma antichissimo che aveva a che fare con le orecchie e, guarda caso, avevo anche un dolore acuto alle orecchie. In quel momento, dentro di me, ho sentito che quello era il motivo per cui stavo male.

massa di energiaTrattandosi di un trauma abbastanza profondo e soprattutto durato molto nel tempo, ho messo in conto che la fase di resettamento sarebbe potuta essere piuttosto tosta da gestire. In altre parole, l’energia che era rimasta bloccata in quel trauma, essendo antico e intenso, aveva occupato una massa piuttosto grande, perciò in quel momento il mio corpo si stava reimpossessando di una massa consistente di energia che tornava a essere in circolazione e questo passaggio lo avrebbe potuto mettere in una specie di corto circuito abbastanza lungo e/o intenso da gestire.

Decisi di monitorare il processo per 36 ore, il tempo massimo di durata di una crisi di quel tipo, in modo da intervenire diversamente qualora avessi continuato ad avere quei sintomi. Dentro, tuttavia, percepivo che l’analisi che avevo fatto “tornava” e, nonostante la febbre, mi sentivo felicissima all’idea che stavo andando incontro alla guarigione di un altro trauma del passato! Quindi, tutta contenta, ho spostato gli impegni di un paio di giorni e mi sono messa a letto. Mi sentivo quasi come un animale che va in tana con il bisogno di starsene da solo, leccarsi le ferite e rimanere così fino alla scomparsa del malessere.

prano maniHo fatto del mio meglio per seguire il processo e assecondare le necessità del corpo anche se in certi momenti, in cui la febbre era piuttosto alta e il dolore alle orecchie piuttosto acuto, c’era una parte di me che se ne sarebbe voluta andare per sfuggire a quel dolore. Per fortuna conosco diverse tecniche energetiche che sostengono il processo del corpo in modo naturale e quindi sono riuscita a rendere i momenti particolarmente dolorosi più sostenibili senza dover ricorrere a sistemi più invasivi.

Come da previsione, passate le 36 ore, ho cominciato a stare meglio. Febbre sparita, dolore alle orecchie pure. Avvertivo solo un po’ di spossatezza, quella tipica di quando finisce una fase in cui hai dormito e mangiato poco e ti sei sentito per un po’ sottosopra. Mi sono presa una giornata in più per recuperare al meglio le forze e poi ho riscontrato che ero di nuovo in forma. Praticamente in un giorno e mezzo, senza prendere alcun tipo di medicinale, sono guarita da un’infiammazione alle orecchie con febbre in alcuni momenti piuttosto alta. WOW! Per me si è trattato di un’ulteriore dimostrazione che quello che ho studiato riguardo alle modalità naturali per recuperare il proprio benessere ha un senso, non solo nella teoria, ma anche nella pratica. Mi sono ricordata anche di come gestivo in passato situazioni del genere e mi sono accorta di quanto sono cambiata.

malattiaSe non avessi conosciuto il significato del linguaggio del corpo connesso alla malattia e le fasi in cui questa si manifesta, realizzando di avere la febbre e un dolore acuto alle orecchie, mi sarei vista malata e mi sarei preoccupata. Non mi sarebbe mai venuto in mente che si poteva trattare di un peggioramento momentaneo che mi stava portando incontro alla guarigione e a un nuovo equilibrio. Se poi con il ricordo vado a circa 15 anni fa, scoprendo quei sintomi, la routine sarebbe stata: “Oddio ho la febbre! Cacchio, mi fanno male pure le orecchie!”. All’epoca la malattia andava combattuta e possibilmente istantaneamente. Così mi sarei fatta dare un antidolorifico per non sentire il dolore e un antibiotico per debellare l’infiammazione, anche perché rimanere a casa e non andare al lavoro (per la febbre poi) era un vero lusso. Di solito, un classico era che alla fine mi trascinavo i sintomi per una/due settimane e andavo avanti a forza di medicine.

Nel tempo ho cambiato atteggiamento perché ho sperimentato che questo per me non andava bene, stavo sempre peggio e probabilmente non era la mia via. Così ho iniziato a cercare metodologie e strumenti che mi permettessero di tornare in equilibrio in modo naturale, perché dentro “sapevo” che il corpo ha la capacità di recuperare gran parte dei suoi equilibri, si trattava solo di trovare il canale giusto.

Ho cominciato a cambiare le mie abitudini e a superare le mie paure e preoccupazioni per potermi permettere di stare a letto quando mi sentivo male. Anni fa pensavo che fosse un lusso. Come dipendente ne avevo il diritto, ma in pratica temevo di perdere il lavoro. In seguito, come lavoratrice autonoma, mi sembrava che fosse addirittura impossibile perché non avevo chi mi sostituiva e temevo di scontentare i clienti rimanendo a casa; in più non avevo guadagno e avevo paura di non farcela economicamente. Mi ci è voluto un bel po’, ma alla fine mi sono resa conto che stare a letto, in certi casi, era un modo di sapersi ascoltare e di rispettare il bisogno del proprio corpo di riposarsi per recuperare meglio le forze ed essere più attivi subito dopo.

alleanzaPiano piano ho anche cominciato a vedere la malattia non come un nemico da combattere, ma come una risorsa che mi stava dando indicazioni reali sul mio stato e che mi stava aiutando a comprendere che forse la mia vita non era proprio a posto come pensavo, e che c’era qualcosa da aggiustare e modificare. Così facendo ho potuto sperimentare che mi è stato possibile superare diversi disagi in poco tempo e senza prendere medicinali. Non solo, ho cominciato a osservare che stavo sempre meglio e questo, per me che stavo quasi sempre male e mi imbottivo di farmaci, mi sembrava un miracolo.

All’inizio non è stato facile, perché gli strumenti che ho riscontrato che mi hanno dato un risultato efficace hanno comportato e comportano tutt’ora un grande lavoro su se stessi. Questo per me ha significato imparare ad ascoltarmi, a osservarmi, a sentire le mie emozioni senza raccontarmela. Ha significato essere disposta a modificare i miei atteggiamenti e convinzioni, e ad avere la forza di modificare il mio stile di vita quando ho compreso che non era sano per me. Mi ha portato ad avere il coraggio di essere coerente con me stessa, trovando per esempio il modo di comunicare a qualcun altro che certe situazioni non mi fanno sentire bene; oppure decidendo di affrontare le mie paure, o di seguire una strada anche quando non sembra razionalmente sensato. Per me si è trattato di un cambiamento quasi rivoluzionario, ma non ho avuto scelta. O meglio, ho dovuto scegliere tra soccombere e rassegnarmi a una vita di dolore e sofferenza e cercare un’alternativa.

Ero arrivata a investire stipendi e quantità di tempo notevoli in visite mediche, cure sperimentali, medicinali sempre più forti e invasivi. Ho fatto i miei errori e preso le mie fregature, così come ho incontrato medici speciali con una preparazione notevole e un grande amore per la loro professione, ma, nonostante tutti gli sforzi, stavo sempre peggio e alla fine, per alcuni sintomi, mi è stato detto che non si poteva fare più niente. Così ho iniziato a investire stipendi e quantità notevole di tempo in seminari e percorsi di consapevolezza, in libri, in ricerche, in studi di epigenetica, in dottori e cure alternative. Ho fatto i miei errori e preso le mie fregature, ho incontrato persone con una grande preparazione e un grande amore per la loro attività e, piano piano, nonostante a volte mi sembrava non ci fossero vie d’uscita, mi sono accorta che ho cominciato a stare meglio, fino ad arrivare, negli anni, a superare completamente quei sintomi per i quali sembrava non si potesse fare più niente.

conquistaDentro di me so che la mia guarigione non è stata una casualità, ma una “conquista” dovuta innanzi tutto alla mia voglia di non mollare e di non lasciarmi abbattere dalle difficoltà se non momentaneamente, alla mia curiosità di trovare anche nuovi strumenti e di provarli per vederne l’efficacia, e al mio grande, grandissimo impegno che giorno dopo giorno mi sta permettendo di recuperare me stessa e la mia salute. Gli studi di epigenetica lo stanno dimostrando: noi non siamo succubi dei geni, noi possiamo trasformare i nostri geni e modificare la nostra realtà, incluso il nostro stato di salute. Rispetto all’esperienza fatta fino ad ora, posso testimoniare che per me questo ha un senso.

Sono partita da una situazione in cui non credevo nemmeno che esistessero altre possibilità per riprendersi. Ero veramente disperata quando mi sono resa conto che stavo sempre peggio e non c’era niente che sembrava funzionare. È stato pesante essere giovani, nel pieno della vita, e non poterne godere del tutto per il dolore e la sofferenza e mi sono sentita tarpare le ali, quando mi è stato comunicato che non si poteva fare più niente per guarire. Avevo una vita davanti e non avevo più prospettive, se non di atroci sofferenze. Il lungo e a volte faticoso cammino fatto fino ad ora mi ha portato a recuperare forze, benessere ed energie e a “festeggiare” la febbre e il mal di orecchie.

Impensabile, se mi ricordo come stavo e come ero… eppure è successo.

Niente è come appare

sguardoUno sguardo. È bastato uno sguardo perché Sonia rimanesse abbagliata da quegli occhi intensi e da quel viso angelico. La bellezza di Mauro era devastante, oscurava totalmente la mente di Sonia e le toccava l’anima in profondità. Nessun corteggiamento, niente tempo per conoscersi meglio, niente di tutto questo. Uno sguardo ha trasformato in un istante due perfetti estranei in una coppia inseparabile.

Poi un giorno una doccia fredda gelò il corpo di Sonia mentre Mauro l’abbracciava “Certo che una ragazza perbene come te doveva proprio incontrare un delinquente come me”. A quelle parole dette con un misto di tenerezza e rammarico il corpo di Sonia fu scosso da brividi e una morsa allo stomaco la colpì, togliendole quasi il respiro, ma subito intervenne una voce dentro di lei “Non vedi quanto è bello? Quando lo ritrovi un altro così? Tu non sei bella come lui, dovresti essere grata per il fatto che sta con te. Non solo, ma con tutte le donne che sbavano per lui, Mauro ti è fedele e ti fa divertire. Che altro vuoi? Non vedi quanto sei fortunata?”

Effettivamente Sonia era davvero fortunata ad aver incontrato Mauro. Perché doveva dare ascolto a quella strana sensazione avvertita nel corpo, quando i fatti le dimostravano che insieme stavano bene? Tuttavia Sonia non ebbe il coraggio di chiedere a Mauro perché le aveva detto quella strana frase. Il suo cuore sapeva che Mauro aveva detto la verità, ma Sonia preferì credere a quella voce che la rimproverava di non essere abbastanza grata per aver incontrato Mauro.

bello e dannatoMauro sembrava essere bello e dannato. Non aveva mai conosciuto suo padre, sua madre lo aveva abbandonato all’età di sei anni. Qualche anno dopo era stato adottato da una coppia, ma poi la madre adottiva cominciò a picchiarlo e così finì in collegio. La sua era stata una vita piena di abbandono e solitudine e soprattutto priva di amore. Mauro, in fondo, stava fuggendo da tutto quel dolore e da quell’immensa sofferenza che aveva provato quando era piccolo, e la presenza di Sonia non sempre era sufficiente a impedire a Mauro di rifugiarsi in qualche bicchiere di troppo.

A Sonia questo non piaceva affatto. Non amava gli eccessi e le dispiaceva vedere Mauro che si rovinava il fegato bevendo a poco a poco sempre di più. Non era questo il tipo di uomo che voleva accanto. “Lo lascio” pensava, ma poi una voce le diceva “brava! E tu dovresti essere un’anima evoluta? Perché non provi a metterti nei suoi panni? Voglio vedere te al suo posto! Pensa a quanto hai faticato tu a essere in equilibrio con quello che hai passato, e tu avrai sì e no sofferto l’un per cento rispetto a lui!” Quella voce non aveva tutti i torti. Se Sonia provava a mettersi nei panni di Mauro, non poteva che essere comprensiva verso di lui. “Sono un’egoista. Dovrei stare più vicina a Mauro”.

“Oh! Finalmente l’hai capito! Hai visto che cuore grande che ha Mauro nonostante tutto quello che ha passato? E quanto è tenero! È un’anima meravigliosa”.

“Lo so. Riconosco quanto Mauro potrebbe essere speciale, ma resta il fatto che intanto non lo è. Beve sempre di più… a volte nemmeno torna a casa… non so neanche se va al lavoro… io così non sono felice con lui”.

“Lo vedi che sei egoista? Vivete insieme da diversi anni ormai. È come se foste sposati. Com’era quella frase… vuoi tu stare con Mauro nella gioia e nel dolore, finché morte non vi separi? E ora che le cose tra voi non vanno, lo vuoi lasciare, invece di lottare per la vostra storia, invece di stargli ancora più vicino”.

E così Sonia cominciò a farsi sempre più carico dei problemi di Mauro, come se i suoi non fossero già abbastanza. A poco a poco Sonia si trovò in un vortice che la risucchiava sempre di più… sempre più giù… fino a scavare… fino a trovarsi letteralmente nell’inferno.

vortice neroSonia non riusciva più a riconoscere Mauro. Era come se improvvisamente si fosse svegliata in un incubo. L’uomo che aveva accanto era completamente diverso da quello che aveva conosciuto tanti anni prima. Quegli occhi così magici si erano spenti, quel cuore così tenero si era congelato, la sua anima sembrava fosse risucchiata ogni giorno di più. La dipendenza lo stava distruggendo, trascinando Sonia con sé. Ogni volta che Mauro faceva qualche danno, Sonia accorreva a porre riparo. Lo sostituiva al lavoro, pagava i suoi debiti, lo andava a prendere nel cuore della notte per riportarlo a casa e, soprattutto, lo perdonava ogni volta.

“Io non ce la faccio più ad andare avanti così. Mi sto ammalando, sono piena di debiti, vivo nell’ansia che in ogni istante potrebbe accadere qualcosa di terribile…”

“Ricordati, è come se foste sposati. Mauro è debole, non è forte come te. Lui ha bisogno di te. È solo al mondo, non ha né un padre, né una madre, nessuno che gli voglia bene… a parte te. Senza il tuo aiuto finirà in mezzo a una strada. Come minimo. Vuoi forse portarti questo peso sulla coscienza? Lo sai che non lo fa apposta. Sta male, poverino, ha sofferto tanto nella sua vita…”

“Ma a me chi ci pensa? Tutto questo per me è un peso! È diventato qualcosa di più grande di me! Tutto questo è un inferno, un vero incubo. Io non ce la faccio più a continuare così, lui non fa niente per cambiare”.

“Lo vedi come sei? Sempre a giudicare e a sindacare cosa fanno o non fanno gli altri. Magari tu non fai abbastanza, magari tu non lo rendi così felice da scegliere te all’alcool”.

Tac. Quelle parole fecero scattare qualcosa dentro Sonia. Di sicuro Sonia non poteva rimproverarsi proprio niente e questo era ormai evidente per lei. Aveva fatto di tutto per salvare Mauro e la loro storia, era andata persino contro se stessa, ma improvvisamente le fu chiaro che non poteva fare proprio niente, assolutamente niente, di fronte alla scelta. Quella voce lo aveva detto chiaramente: Mauro aveva scelto l’alcool a lei e alla loro unione. Sonia ebbe l’immagine di una strada a forma di ipsilon. Per un tratto avevano scelto di camminare insieme, ma poi le loro strade si erano separate. Non che una fosse giusta o sbagliata, semplicemente lei e Mauro avevano scelto strade diverse, e l’una non funzionava per l’altro e viceversa. Mauro, in fondo, non le aveva chiesto di aiutarlo. Era Sonia a essere convinta che così lui non poteva essere felice, basandosi sulla conclusione che lei al suo posto non lo sarebbe stata. Ma era poi così vero questo? Per mettersi totalmente nei panni dell’altro e soprattutto per cercare di non fare del male all’altro, Sonia stava annientando se stessa. Era lei che doveva salvare, non Mauro e tantomeno la loro storia, a maggior ragione se questa è una scelta non sostenuta da entrambi. Era se stessa di cui doveva occuparsi. Non le importava più di sentirsi cattiva, sbagliata o egoista perché questa nuova consapevolezza l’aveva resa finalmente leggera, come non le accadeva da tanto tempo. Non solo, questa nuova consapevolezza le aveva mostrato chiaramente dove si trovava e dove voleva andare. Fu a quel punto che Sonia percepì una luce in lontananza.

Era l’uscita dall’inferno.

“Costellazioni Familiari?! E a che mi servirebbero?”

Gli studi scientifici degli ultimi anni, in particolare quelli di epigenetica, stanno dimostrando che la nostra percezione dell’ambiente (sia esterno che interno) attiva dei comportamenti che influenzano il nostro stato di salute psicofisico e il nostro stile di vita. Non solo, stanno dimostrando che ereditiamo anche le esperienze vissute dai nostri antenati e che queste modificano il nostro comportamento a seconda di come sono state percepite da chi ci ha preceduto.

Supponiamo che Tizio e Caio vedano un cane che abbaia. Tizio è tutto felice perché adora gli animali e pensa che voglia fargli le feste. Caio, invece, rimane bloccato dalla paura perché pensa che voglia aggredirlo. Nonostante il cane sia lo stesso, Tizio e Caio hanno due reazioni completamente diverse. Quando a Caio arriva il segnale (dall’ambiente esterno) del cane che abbaia, il suo cervello va nell’archivio e vede che in passato è stato morso da un cane. Se quella paura non è stata superata o riconosciuta come tale, può accadere che il cane venga visto ancora come un pericolo, anche se magari si tratta di un cucciolo che scodinzola. Ecco quindi che il cervello trasmette al corpo il segnale (proveniente questa volta dall’ambiente interno) di allarme, e scatta la paura che porta Caio a bloccarsi davanti al cane. abbraccio col caneTizio, che non ha alcuna memoria traumatica nel suo vissuto rispetto ai cani, si avvicina all’animale e si gode le feste.

Perciò il vissuto traumatico che non abbiamo superato influenza e modifica la percezione della nostra realtà e quindi il nostro comportamento. Lo stesso vale per quei traumi che non abbiamo riconosciuto, magari perché l’idea di attraversarli ci spaventa e quindi preferiamo far finta di niente, pensando che stiamo bene o convincendoci che quella paura l’abbiamo superata.

Ciò che la scienza sta dimostrando è che queste dinamiche avvengono anche per quei traumi che abbiamo ereditato, traumi di cui spesso non siamo nemmeno consapevoli ma che comunque ci cambiano il comportamento pur non rendendocene conto.

Supponiamo che il nonno di Caio sia stato morso da un cane e poi sia morto perché a quei tempi era facile prendersi un’infezione letale. Supponiamo che il papà di Caio era piccolo quando è successo il fatto e che quello che ha capito è che ha perso il padre per il morso di un cane. Se negli anni non riesce a superare quel dolore, potrebbe accadere che suo figlio Caio rimanga paralizzato dal terrore ogni volta che vede un cane, anche se non ha mai avuto episodi traumatici diretti che giustifichino quella reazione. In base all’esperienza che Caio ha ereditato, il morso di un cane non è solo un pericolo, ma implica la perdita della vita e quindi la sua percezione di fronte a un cane è di terrore.

Questo può sembrare un episodio banale, ma intanto Caio si priva di una relazione equilibrata o piacevole con i cani e magari fa di tutto per evitare di andare a trovare gli amici che hanno un cane in casa o prova una forte ansia, ogni volta che si concede una passeggiata al parco sotto casa, per la paura di incontrare qualcuno che porta il cane fuori. Caio investe un sacco di energie nell’evitare l’incontro con i cani e in ansie ogni volta che ne vede uno, in più si limita privandosi di attività che gli piacerebbero, come passeggiare nel parco e andare a trovare i suoi amici. E il bello è che assume questi comportamenti senza una vera ragione, visto che non ha mai avuto episodi traumatici con i cani. Tuttavia, Caio si rende conto che ogni volta che vede un cane si sente terrorizzato e non può fare a meno di reagire in quel modo, anche se non riesce a spiegarsene il motivo. Non solo, la sua paura è talmente grande che non riesce a cambiare comportamento pur rendendosi conto che “apparentemente” si tratta di una paura infondata.

Gli stessi meccanismi accadono anche per situazioni che non definiremmo poi così banali. Per esempio chi ha avuto in famiglia diverse perdite di uomini in età precoce o comunque ancora giovani, potrebbe ritrovarsi a essere un uomo violento. Oppure storie di abusi sessuali possono portare alle generazioni successive comportamenti tali per cui le donne “attraggono” uomini sbagliati o violenti, oppure vorrebbero avere una relazione ma poi, di fatto, assumono dei comportamenti per cui si allontanano dagli uomini. Anche stati emotivi di forte depressione, che talvolta possono portare fino al suicidio o al pensiero di farlo, possono dipendere da storie di abusi sessuali in famiglia.

Altro esempio sono i vissuti di povertà in cui si è sofferta la fame. Questi possono portare alle future generazioni difficoltà in ambito lavorativo o economico, oppure a sintomi come il diabete, l’obesità o, nei casi più estremi, alla schizofrenia*.

Ecco quindi che, spesso, dietro a tanti nostri comportamenti e reazioni quotidiane che di solito partono in automatico e di cui a volte non ci rendiamo nemmeno conto, ci sono dei vissuti traumatici che non sono stati superati o riconosciuti da noi o dai nostri antenati. Lo stesso dicasi per alcuni sintomi fisici o disagi emotivi.

cambiare lavoroE così, se per esempio non abbiamo il coraggio di cambiare un lavoro che ci fa star male perché temiamo di non farcela economicamente e piuttosto siamo disposti a mantenere quel lavoro anche se stiamo male, è possibile che dietro a questo comportamento ci sia un antenato che abbia vissuto un evento rimasto ancora traumatico, o che non sia stato riconosciuto come tale, legato a qualche episodio di stenti. Magari in una famiglia di dieci figli un antenato ha dovuto abbandonare un figlio, oppure un bisnonno ha perso il padre da giovane e si è ritrovato ad avere difficoltà economiche, o qualcuno delle generazioni precedenti ha subito la fame a causa della guerra. Qualunque sia stato il motivo, resta il fatto che ci facciamo andar bene un lavoro che in realtà ci fa star male e, pur essendo consapevoli che quel lavoro non è salutare per noi e che vorremmo cambiarlo, non lo facciamo perché ci sembra che non ci siano altre possibilità oppure perché “sicuramente” senza quel lavoro moriremmo di fame o faremmo una vita di stenti e sacrifici. Ci preoccupiamo per il futuro a causa di un passato non risolto e intanto ci viviamo male il presente, spesso facendo buon viso a cattivo gioco.

Ora, sempre secondo gli studi scientifici, è stato dimostrato che è possibile cambiare il comportamento modificando la percezione. Perciò, riferendomi all’esempio precedente, per trovare il coraggio di cambiare un lavoro che ci fa star male, occorre modificare la percezione della paura legata alla convinzione di non farcela economicamente; oppure, nel caso di Caio, modificare la percezione della paura legata alla convinzione che se un cane ti morde, muori.

Bene… ma all’atto pratico, come si fa? Oggi ci sono davvero tanti strumenti che aiutano in modo naturale a riconoscere e a integrare vissuti traumatici. Tra quelli che conosco e che ho sperimentato personalmente, ci sono anche le costellazioni familiari.

costellazioni familiariSi tratta di un lavoro che utilizzo per modificare qualcosa di particolarmente significativo per la mia vita o per fare passaggi che per me sento davvero importanti. Grazie alle costellazioni familiari ho potuto comprendere a un livello profondo perché sentite nel corpo, nelle emozioni e viste davanti ai miei occhi, quali erano le dinamiche che mi bloccavano una determinata situazione e ho potuto sentire come quel blocco faceva stare me e i miei antenati. Vivendo quelle emozioni, quel dolore o quella paura, che a volte pensavo insormontabili, mi sono resa conto non solo che era possibile attraversarle, ma anche che era possibile trovare una soluzione. Così, sentendo con la stessa intensità anche le dinamiche che portavano a una via d’uscita, ho potuto acquisire quella forza necessaria per creare una trasformazione dentro di me e nella mia vita. Detto in termini epigenetici, ho cambiato la percezione e quindi il comportamento che influenza lo stato di salute e la realtà.

Successivamente, quando la vita si è presentata con eventi simili a quelli che mi bloccavano, non solo li ho potuti riconoscere, ma a quel punto ho potuto scegliere se continuare con il vecchio schema o attuare un cambiamento. E così, nel tempo, mi sono accorta che riuscivo a mettere in pratica quello che avevo visto e percepito in costellazione, fino a realizzare, con grande soddisfazione, che quella trasformazione era avvenuta perché riuscivo a gestire diversamente il solito scenario e inoltre non mi spaventava più.

Grazie alle costellazioni ho potuto anche comprendere a un livello più profondo la storia della mia famiglia e quello che i miei antenati hanno dovuto attraversare. Così, se in passato ho giudicato i miei genitori e mettevo spesso l’accento su ciò che tra noi non ha funzionato, dopo aver sentito dentro di me quello che hanno vissuto, non mi è più venuto di giudicarli. È come se avessi potuto far pace con il mio passato, riconoscendo il mio vissuto per quello che è stato e integrarlo come esperienza.

Dalle costellazioni familiari ho ricevuto talmente tanto che ammetto che si tratta di un lavoro che mi sta particolarmente a cuore. Così, quando con Fabrizio Venturi, dopo diversi anni che seguivo i suoi lavori, si è creata l’opportunità di organizzare delle costellazioni condotte da lui, sono stata felicissima. L’idea, infatti, di fare un lavoro che mi ha dato tanto qui a Greppaldino, una terra che amo e che è anche il mio luogo di origine, mi riempie di gioia. Così come mi piace il fatto di offrire e condividere questo strumento prezioso con le persone del territorio e con tutti coloro che si sentono attratti da questa esperienza.

cambiare realtàCambiare la nostra realtà richiede impegno, ma è possibile. Un tempo lo dicevano le antiche tradizioni spirituali, oggi lo dice anche la scienza. Per quanto mi riguarda, sono una persona che sente dentro di sé che è possibile vivere bene ed essere felici di vivere, e quindi sperimento continuamente strumenti che permettono un cambiamento in maniera naturale, mantenendo poi quelli che sono stati efficaci. Perciò, rispetto alla mia esperienza fatta fino ad ora, posso dire che non sempre il cambiamento è facile e immediato, ma è sicuramente possibile. Ne vale la pena? Dal mio punto di vista assolutamente sì, perché giorno dopo giorno sto imparando a conoscermi sempre più in profondità e a riconoscere i miei punti di forza e i miei limiti, rendendomi sempre più conto di quanto la mia vita sia stata condizionata da rabbia, paure, preoccupazioni e convinzioni che non erano nemmeno mie, ma che ho fatto tali.

Così, quando riesco a superare un limite, sono felice perché so che ci sono più opportunità davanti a me, visto che sono in grado di fare esperienze che prima non riuscivo a fare per la paura. Non solo, avendo sempre meno condizionamenti, posso fare scelte per me stessa e la mia vita assecondando quello che veramente sento adatto a me, e questo mi fa sentire libera, una conquista che per me non ha prezzo.

*nel seguente articolo è possibile leggere alcune ricerche fatte nell’ambito dell’epigenomica ed epigenetica

L’identità perduta

La mia nascita è andata contro ogni tipo di schema o convinzione. A mia madre, in seguito a una malattia, era stato diagnosticato che non avrebbe più potuto avere figli. Invece… quando entrambi i miei genitori avevano 39 anni, hanno scoperto che avrebbero avuto un altro figlio. Poiché secondo i canoni dell’epoca mia madre era considerata vecchia per avere figli e in più non ne avrebbe potuti avere, ammesso che fosse riuscita a portare avanti la gravidanza, io sarei dovuta nascere malformata… nelle migliori delle ipotesi… “mongolotta”. Così le dicevano i medici e le persone che le stavano intorno, perché queste erano le convinzioni della società di allora. Se fossi nata di questi tempi, in cui partorire tra i 40 e i 50 anni sta diventando normale, forse i miei genitori non avrebbero subito tutte quelle pressioni e preoccupazioni. Ricordo che mio padre raccontava spesso che corse in ospedale dal lavoro per venire a vedermi quando nacqui, ma non glielo permisero perché non era l’orario delle visite. Fece di tutto affinché acconsentissero a lasciare che mi vedesse almeno per un istante, quello necessario per verificare che avessi tutte le dita delle mani e tutte le dita dei piedi… “Ah, è sana!” aggiungeva poi a conclusione del racconto. Sebbene fossero passati diversi anni dalla mia nascita, percepivo ogni volta nelle sue parole quella sensazione di sollievo all’idea che alla fine tutto fosse andato bene.

bimbo nella naturaDa piccolissima ero tutt’uno con la terra, la natura e gli animali. Ero una bambina libera che poteva essere semplicemente se stessa e sentivo il piacere della vita e di essere viva. Poi verso i 6 anni qualcosa cominciò a cambiare. Dovetti mettere gli occhiali da vista e portare le scarpe ortopediche, che erano di un solo tipo per l’inverno e uno solo per l’estate. Così cominciai a sentirmi diversa dalle altre bambine che potevano indossare tutte le scarpe che volevano e diversa dalla maggior parte dei bambini che a quell’età non portavano gli occhiali da vista. Ironia della sorte, scivolai sulle scale per via delle scarpe ortopediche e ruppi l’incisivo, l’unico dente “vero” in mezzo ai denti da latte. Ricordo le parole disperate di mia madre: “NOOOOO! Ha ancora tutti i denti da latte! Ma ti pare che le si doveva rompere proprio quello! E poi è proprio davanti! Che peccato!”. Mi ricordo tutt’ora quella strana sensazione che non capivo cosa fosse successo perché ero ancora troppo piccola, ma sentivo che, rispetto alle altre volte in cui ero caduta, doveva essere accaduto qualcosa di veramente brutto. E così, per non far vedere il dente rotto, cominciai a perdere il sorriso, nel senso che sorridevo in maniera controllata.

bimba bruttaNon so se sia stato per via di questa trasformazione dente, occhiali, scarponi, o se per qualche altro motivo, ma a un certo punto mi resi conto che venivo considerata tra le più brutte della classe e presa in giro dai miei compagni. Improvvisamente per gli altri bambini non andavo più bene così com’ero. E poi non potevo vestirmi “alla moda” perché non era economicamente possibile per i miei e perché per loro non era così necessario. Ricordo che mia madre mi diceva “è importante che tu sia pulita e in ordine, non alla moda”. Lei guardava all’essenza più che all’apparenza, ma a quei tempi io non lo capivo e ho cominciato a credere che così com’ero io non andavo bene e che gli altri non mi apprezzavano perché non ero come loro.

Alle medie si aggiunse il problema del seno. Compagne di classe a cui era cresciuto il seno in seguito allo sviluppo erano corteggiatissime, quando fino a poco tempo prima venivano ignorate o addirittura prese in giro perché considerate brutte. Io sono sviluppata un po’ più tardi e comunque, a differenza di mia madre, non ho avuto un seno prosperoso. Di conseguenza ho iniziato ad associare il fatto che essendo piatta non fossi sufficientemente femminile. Semplificando… per gli altri, ero brutta… per me, ero brutta e piatta. Ma che ci potevo fare, ero così e basta e quindi, nonostante tutto, c’era ancora dentro di me quella strana forza che mi permetteva di socializzare così com’ero e fare la mia vita senza lasciarmi sopraffare dal fatto che fossi considerata brutta. Mi piaceva troppo uscire, stare all’aperto e giocare e quindi anche gli altri giocavano e stavano bene con me, anche se non ero tra le bambine più belle.

La cosa curiosa è stata che finita la terza media andai per un mese a casa di una giovane zia che mi diede qualche consiglio per valorizzarmi un po’, piccole cose, legate soprattutto all’abbigliamento. Avevo abbandonato le scarpe ortopediche già da diverso tempo, ma avevo sempre il dente rotto, gli occhiali ed ero sempre piatta. Eppure, praticamente da un giorno all’altro e senza quasi un motivo apparente, cominciai ad avere una marea di corteggiatori e di ragazzi anche più grandi disposti a fare follie per me. Dentro mi sentivo sempre la solita. Possibile che indossare una minigonna al posto dei pantaloni e mettere un filo di trucco potesse suscitare tutto quel putiferio?

ragazza carinaA quel punto era troppo, davo troppo nell’occhio. E così iniziarono i problemi con l’immagine della ragazza “per bene” che veniva attesa o disattesa agli occhi dei vicini, del paese e degli amici e che sembrava non accontentare mai pienamente nessuno. Le ragazzette che avevano diversi “fidanzatini” erano poco serie, ma paradossalmente ero poco seria anch’io perché parlavo con i ragazzi ed ero socievole. Il fatto stesso che ci parlassi era la dimostrazione che ci stavo insieme, per certi adulti questo era più che ovvio. Poi c’era chi ti diceva che eravamo troppo piccole per indossare minigonne e tacchi; chi ti diceva invece che le femmine portano gonne e capelli lunghi; la tv che forniva Carol Alt come modello di bellezza e quindi essere castani con gli occhi marroni ti metteva subito fuori gioco.

Insomma, in mezzo a tutta quella confusione, mi ci è voluto un po’ per capire che visto che tutti dicevano tutto e il contrario di tutto e che comunque venivo criticata a prescindere, tanto valeva fare quello che mi piaceva. In ogni caso il bombardamento di come dovevi essere e comportarti era costante e piano piano ho cominciato a rinforzare sempre di più quella convinzione che così com’ero non andavo bene. Sì, mi rendevo conto che per qualche strano motivo piacevo ai ragazzi e mi chiamavano spesso per fare la modella per parrucchieri o le comparse al cinema, ma io non ero bella, poco ma sicuro. Avevo gli occhi a palla, il dente rotto, l’interno coscia moscio, la cellulite e  credo che fossi riuscita a trovarmi pure le smagliature; avevo le occhiaie viola che facevano il giro degli occhi, ero pallida, piatta e con le gambe da calciatore. Mi sorprendevo che mi chiamassero per le comparse nel mondo dello spettacolo pur non avendo raccomandazioni e mi chiedevo cosa ci trovassero in me i ragazzi. Oggi, rivedendo le foto di allora, mi sono accorta di quanto la mia mente ingigantisse i difetti o li trovasse anche là dove non c’erano. Tuttavia io non mi piacevo e a volte mi sono privata di certe esperienze che amavo, come andare al mare, per non mettermi in costume ed essere presa in giro. Oppure ci andavo ma non riuscivo a divertirmi più di tanto per via del disagio che provavo. Il punto è che per me quei difetti erano veri e li ho vissuti come tali, lasciando che a poco a poco limitassero quel piacere di godermi la vita e di essere spontanea.

In quel periodo, poi, c’era il fatto che bisognava fare attenzione al maniaco di turno. Ricordo un sacco di racconti di ragazzine del quartiere che sembrava lo avessero visto o che fossero state violentate. Così quando uscivo, soprattutto di sera, c’era una specie di rituale che mi accompagnava al mio rientro a casa. Prepararsi la chiave del portone già in macchina, passo sicuro ma spedito accompagnato da occhi grandi e tutti i sensi allertati; una notevole abilità a infilare velocemente la chiave nel portone controllando allo stesso tempo se l’ascensore era al piano oppure no; un bel respiro di incoraggiamento per entrare nell’atrio e “fiuh, anche nel sottoscala non c’è nessuno!” e di corsa a casa.

Di conseguenza a volte mi sarei voluta vestire un po’ più carina e curata, ma avevo contemporaneamente il timore di attirare troppo l’attenzione e di fare brutti incontri. “Possibile che una donna non sia libera di vestirsi come le pare?” era una domanda che mi facevo spesso e che mi creava un forte senso di ingiustizia.

“Con un corpo del genere non ci si può vestire così, sembra una Smart con le mutande!” erano alcuni dei commenti quando passava una donna in carne con una gonna.

botero“Quella è una che se la tira” poteva essere il commento quando passava una donna con la gonna che invece era in forma. Insomma, anche da adulta, continuavo a osservare una modalità tra le persone per cui ognuno giudicava l’altro sulla base del fatto che rispondesse o meno ai propri modelli. Mi è rimasta particolarmente impressa la chiacchierata fatta con un bell’uomo di origine africana, di quelli che avrebbe potuto avere un’ampia scelta di donne che lo corteggiavano e che tutto compiaciuto mi disse che per lui sua moglie era bellissima. E una cosa che gli piaceva tanto di lei era il fatto che fosse particolarmente grossa e quindi il suo corpo rappresentava l’abbondanza, cosa che attraeva tanti altri uomini africani. Mi ricordo che dentro sentii che questa cosa aveva un senso e che probabilmente in quelle zone dell’Africa io non sarei stata considerata attraente e forse nemmeno le nostre modelle che invece facevano sognare tanti uomini occidentali. “Tutto è relativo”, questo mi dissi, “perciò tanto vale seguire la propria indole”.

Ma qual è la nostra vera indole? Se dessi retta ai vari suggerimenti, prima o poi impazzirei. “A te sta bene la matita nera” … “Hai mai provato a metterti un po’ di colore?” … “La donna che sta bene con se stessa dovrebbe essere acqua e sapone” … “Dovresti valorizzarti un po’ di più con il trucco, stai così bene!”. Lo stesso dicasi per l’abbigliamento. E poi ci sono tutte le paranoie interne. “Non mi posso mettere questa maglietta aderente con questo pancione!”… “Vedrai che se mi metto in jeans e maglietta mi dirà che così non mi valorizzo” … “Ma mi posso mettere sto vestito per andare a fare la spesa?” … “Se mi metto in tiro poi sembra che lo voglio conquistare”. È come se il mio valore dipendesse dal fatto che la mia immagine sia coerente o meno con il modello che ho in mente per me stessa e di conseguenza questo si riflette anche negli altri e nel loro giudizio. Ma ha veramente senso attribuire tutta questa importanza a un modello che tra l’altro non è nemmeno veramente mio? A forza di dare valore ai suggerimenti degli altri e a quelli mediatici ho perso via via la mia identità, quella capacità di assecondare ciò che sento dentro con spontaneità e semplicità, trovandomi così immersa in meccanismi di continui paragoni e di bello/brutto, giusto/sbagliato, etichetta/non etichetta, magro/grasso, perfetto/imperfetto, puttana/santa, piacere/privazione… il tutto, magari, per poter essere accettati e riconosciuti dalla società, dai colleghi, dagli amici, dal compagno di turno… una follia!

Per fortuna quella strana forza che avevo da piccolissima, quella che mi permetteva di “essere con i piedi per terra” e di sprizzare vitalità da tutti i pori, non mi ha mai abbandonata. È rimasta dentro, magari latente e atrofizzata, ma è rimasta. Così ho potuto sentire che quando sono in contatto con questa forza vitale e mi permetto di vivere e basta, assecondando con spontaneità quello che sento e che mi dà piacere senza alcuna forma di giudizio, ritrovo la mia vera identità e il mio vero valore. Da quello spazio posso andare a un party in piscina in tuta e ciabattine, senza un filo di trucco, ed essere accolta con piacere e sentirmi pure dire che “sono bona”. Con la stessa semplicità posso fare la spesa in tailleur e tacchi alti ed essere quella di sempre, senza sentirmi superiore a nessun altro. Da quello spazio il complimento mi fa piacere, ma non ci ricamo sopra per mezz’ora, me lo godo sul momento e mi lascio attraversare. Lo stesso dicasi per le critiche e i giudizi. Da quello spazio il mio valore non dipende dai complimenti ricevuti, né viene sminuito dalle critiche e, se un uomo fraintende il mio atteggiamento, so che ho la capacità di chiarire in modo semplice e diretto, senza farmi paranoie del tipo “che penserà… rimarrà male… e se poi non ci vediamo più…”. Così come non ho più paura di rispettare il mio valore quando qualcuno, anche se in buona fede, riflette su di me il suo modello di perfezione facendomi sentire che non vado bene perché non corrispondo a quella immagine.

maschereCi ho provato. Pur di essere riconosciuta e apprezzata dagli altri ho provato a essere come suggerito dai media; ho provato a essere come suggerito dagli ambienti spirituali; ho provato a essere vegetariana; ho provato a vestirmi con abiti firmati; ho provato a fare sport per essere sana, tonica, col ventre piatto e i glutei tondi; ho provato a truccarmi e pettinarmi secondo i suggerimenti degli esperti. Ci ho provato, ma non ha funzionato, perché accontentavo qualcuno e scontentavo qualcun altro e intanto io facevo la vita dettata dagli altri, convincendomi che per me andava bene, ma dopo un po’, tutto quel lavoro fatto per essere in un certo modo, saltava come un castello in aria. O mi veniva detto che non andavo più bene, o a me certi modelli cominciavano a stare stretti, rendendomi conto che non mi davano quel senso di libertà e benessere promesso. Così ora, quando qualcuno cerca di impormi i suoi modelli, sto imparando a dire “grazie, ma questa cosa non fa per me” e se gli altri non sono disposti ad accettarlo, va bene, li rispetto e rispetto le loro scelte, ma io vado avanti per la mia strada. Per inseguire modelli che non mi appartenevano ho consumato un sacco di energie per avere poi una felicità fittizia. Ora mi rendo conto che questo per me non ha più senso, perché riesco a sentire dentro di me quel riconoscimento e quel valore che prima cercavo dagli altri e mi accorgo che quando sono in contatto con quella forza io sono io, così come sono, e vado bene e MI vado bene così come sono, perciò anche il bisogno di confrontarmi con gli altri scompare. Sento un piacere di vivere che supera qualsiasi condizionamento interno ed esterno, ritorno quella bambina che si meraviglia e si diverte anche davanti a piccole cose. Probabilmente è questa la mia vera identità.

Sono consapevole che tanti anni di schemi, convinzioni, “paranoie” mentali non sono facili da smantellare. Nonostante abbia riconosciuto la mia indole, a volte faccio fatica a rimanervi aderente, in quanto i vecchi modelli partono spesso in automatico. Tuttavia sento una specie di spinta dentro che mi incita a vivere e a godere di quello che c’è nel momento, e se questa spinta ha a che fare con la forza che ha permesso la mia nascita, beh, allora, so che ce la posso fare.

Il Potere delle Parole di Massimiliano Di Giuseppe – dedicato a Greppaldino

 

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Aria di lavori a Greppaldino!

La stagione estiva era appena finita e come al solito aveva visto tante iniziative e incontri. Operatori e amici si erano dati appuntamento ai piedi della grande quercia, si erano confrontati, avevano insegnato e imparato, ognuno era ripartito più ricco di conoscenze e soprattutto più consapevole.

Era venuto il momento anche per Profumo Di Lavanda di mettere il naso fuori.

Aveva preso l’usanza, da qualche anno, di partire subito dopo le attività estive. A Profumo Di Lavanda non piaceva essere confinata in una qualsiasi abitudine e appena ne scopriva una che la mente, pigra, si era concessa, la sconfiggeva inventandosi sempre modi nuovi di fare le stesse cose. Per questa però, era diverso: l’aveva riconosciuta come abitudine ma l’aveva graziata! Anzi l’amava e ogni anno la aspettava come si aspetta un fidanzato che lavora lontano.

Quell’anno però sarebbe stato diverso. Il “fidanzato” avrebbe dovuto aspettare qualche giorno. L’allargamento della sala degli incontri avrebbe richiesto l’abbattimento del ripostiglio, lo sgombero della stanzetta era necessario e non poteva più aspettare.

Decidere cosa buttare e cosa tenere è un’attività difficile a tutte le età e non c’è una maturità alla quale questo compito è più facile. Quel che c’è negli stanzini spesso non viene ricordato nemmeno per molti anni e sicuramente non serve nel senso pratico del termine, eppure, rappresenta, in qualche modo, una specie di garanzia che quel passato che ricordiamo sia esistito. Diventa come complice di quei ricordi. Ricordi che, senza quegli oggetti, rimarrebbero in fondo soltanto potenziali elettrici modificati di alcuni neuroni.

E’ con l’universale stress da trasloco che Profumo Di Lavanda aprì la porta del ripostiglio.

Gli oggetti più vicini alla porta erano quelli più facili da gestire. Era più facile riconoscerne una qualche utilità residua oppure la giusta collocazione nella differenziata. Per le scatole più lontane invece la questione sarebbe stata più difficile. L’utilità pratica era un aspetto che non gli avrebbe garantito la sopravvivenza ma la componente affettiva gli dava ragione più che sufficiente per continuare a tenerle… e le avrebbe tenute, naturalmente, perché l’affetto, quando non era attaccamento ma gioia di sentirsi vicini, era da sempre un indicatore fondamentale che aveva influenzato le sue scelte. Aveva già deciso quindi che le scatole che contenevano i ricordi sarebbero state semplicemente spostate, per ora, fuori dallo stanzino da demolire, in un angolo, dove ai muratori non dava fastidio, sotto un lenzuolo.

Era però l’occasione giusta per rinfrescare qualche ricordo. La prima conteneva i vestiti che erano stati conservati per ricordo dai genitori, quelli più significativi legati a qualche bel momento o evento. Subito sotto ce ne era una un molto più grande dove era scritto “giochi” ma dal peso esiguo sproporzionato alla grossa mole della scatola immaginò contenesse tutti i peluche collezionati pre-adolescenziali, subito pensò al fascino che avevano quando erano sugli scaffali dei negozi  quasi immediatamente perso quando si trasferivano sulle mensole delle camerette, un po’ come sarebbe successo da adulta con la maggior parte dei libri.

La terza scatola era la più piccola ma era in basso perché era anche la più pesa e c’era scritto con un pennarello rosso: “Scuola”. Profumo Di Lavanda andò a cercare nell’emisfero sinistro del cervello i ricordi dei suoi libri di scuola mentre apriva la scatola ma quando si trovò davanti i vecchi sussidiari delle elementari scoprì che erano molto meno colorati di come se li ricordava, segno che anche l’emisfero poeta del cervello ne aveva mantenuto il ricordo e che questo era stato senza dubbio piacevole. Prese in mano anche qualche quaderno, selezionati tra quelli più in ordine  e non poté fare a meno di notare che i suoi voti erano anche parecchio migliori di quelli di suo fratello: il futuro ingegnere. Più in basso, accoppiati due a due, in modo che occupassero lo stesso ingombro di sussidiari e quadernoni, i diari. C’erano i diari di scuola dedicati al cartone animato più di moda del momento con i compiti e le dichiarazioni amore eterno alla migliore amica di turno e c’erano i diari personali. O meglio, i due diari personali. Uno era a tema musicale con Freddy Mercury sulla copertina e copriva l’anno in cui aveva sedici anni, scorrendolo velocemente  fece un sospiro, come gesto di compartecipazione al difficile mestiere di genitore di un adolescente, femmina. L’altro diario era invece della “Cassa di Risparmio del Lazio” ed era datato 1982. Ne ricordava l’esistenza ma non il contenuto. Lo aprì e vide  che dal primo gennaio era pieno di disegni e i soliti impegni eterni con la migliore amica, pensò anche di provare a ricercarla per sapere come stesse, un po’ era, come per tenere fede alla promessa di affetto che aveva fatto… finì quel pensiero piacevole con una nota di tristezza pensando che avrebbe anche potuto non essere viva, visto il numero considerevole di anni passati. Andò avanti con quel diario lentamente, quasi pagina per pagina, senza aspettarsi niente, fino a che arrivò al dieci d’Agosto. Quel giorno cominciò  il racconto delle sue vacanze fu subito chiaro che era stato scritto per ubbidire ad un compito dell’insegnante:

Cara Maestra, Caro diario oggi parto per le vacanze alla casa di campagna in Umbria, o salutato le mie amiche del parchetto del quartiere e o anche pianto. Mi hanno detto che mi fanno stare sveglia un po per vedere le stelle cadenti. Cio’ tanti desideri. Speriamo.

Negli altri giorni c’erano i racconti di quello che aveva fatto: i bagni al fiume, i picnic, i tagli dell’erba, meglio, la raccolta di quella tagliata, le ricerche dei fiori e il terrore per le serpi. Tutte le pagine erano di poche righe e andò avanti più veloce fino ad arrivare proprio al 13 settembre, quello stesso giorno di molti, molti  anni prima. Quel giorno non aveva poche righe scritte ma il racconto prendeva tutta la pagina e c’era anche una giunta di un foglio staccato per finire il racconto, era il nove Gennaio, che era rimasto bianco dai disegni.

Caro diario oggi mi hanno portata ad Assisi in una chiesa che si chiama San Damiano. Siccome domani è il mio compleanno ma anche la festa della croce preparano qualcosa. Qui cera un Crocifisso che parlava e che a fatto diventare buono San Francesco. Ora non c’è più l’ anno portato in una chiesa piu grande. Queste cose me le a dette Mirco un bambino che è il nipote del prete che o conoscuto li. Mirco è proprio simpatico. Abbiamo giocato tutto il pomeriggio nel giardino dietro la chiesa. A nascondino e cera anche l’ altalena, poi Mirco dava un nome a tutte i fiori e gli insetti e prendeva le lucertole ma a me faceva scifo. Poi mi a portato alla fontana e dietro la fontana cera una parete grossa dove cera una poesia. La scritta il suo zio. Era scritta tutta male ma io no o detto niente. Mi a detto se domani venivo alla festa io gli o detto che era anche il mio compleanno ma siccome ero stata cattiva ieri non mi regalavano niente. Mirco a detto che se venivo alla festa me lo faceva lui il regalo e mi a chiesto che colore mi piace. Mi piace il giallo ma anche il bianco e l’arancione e allora Mirco ma detto che mi regala tutti i colori che voglio se vengo a San Damiano per la festa della croce. Rideva ma era anche serio poi mi anno chiamata e sono andata. Mi sono girata per salutarlo da lontano. Lui mi a fatto ciao con la mano ma non rideva.

Il 14 settembre iniziava con la scritta cubitale:

COMPLEANNO 8 ANNI

Poi continuava scrivendo dei preparativi affrettati della partenza per il rientro anticipato per motivi di lavoro dei genitori e finiva il 15 Settembre:

Cara Maestra spero che cosi il diario va bene. A domani.

Profumo Di Lavanda chiuse il diario con il fiato sospeso:

“San Damiano….Perché no?”

Gli amici, pure affaccendati in altri lavori, si accorsero subito che uscì dalla stanzetta come se camminasse a qualche centimetro da terra, con quel vecchio diario di una banca che non esiste più e si sentirono chiedere:

“A chi farebbe piacere accompagnarmi ad Assisi domani pomeriggio?”

Uno stormo di “Io!” e di “Certo!” spiccarono il volo all’unisono ma dopo un altro istante di silenzio la curiosità di tutti fu sfamata:

“Vado a trovare un mio vecchio amico”.

Mentre lo diceva voltò gli occhi in basso a destra per sottolineare l’emozione che rendeva quella frase genuina e vera.

Quella sera il sonno la sorprese mentre chiedeva alla maestra se il diario…. Così… potesse andar bene.

Assisi

Quel 14 settembre era una Domenica e i 10 messaggi che notò già a quell’ora sul telefono nell’atto di spengere la sveglia, gli ricordarono che era il suo compleanno. Quel momento della sveglia, quando realizzi che quel giorno è anche il tuo compleanno è sempre… particolare. Quell’ anno c’era una consapevolezza in più: era anche la Festa del Crocifisso, tecnicamente “Festa dell’ esaltazione della Croce”, scoprì in seguito che questo giorno ricordato solo alla messa vespertina dai cattolici, era rimasto importante per tanti ortodossi che celebravano il ritrovamento da parte di Sant’Elena di un pezzo della vera Croce, con una festa di poco inferiore alla Pasqua e al Natale. Sentendosi grata di condividere quel giorno di festa con tanti fratelli, cominciò la sua giornata.

La mattina scorse veloce anche se un’aria di attesa di non si sa che cosa gli percorreva la spina dorsale e solleticava piacevolmente la pancia. Le scatole furono spostate ai lati di una parete, furono coperte per proteggerle dalla polvere e dalla curiosità degli operai. Qualcosa, poco a dire il vero, fu buttato. Rimaneva il problema della collocazione futura di tutto quel che c’era sotto il lenzuolo ma: il giorno del suo compleanno, la gita ad Assisi, la fine delle attività estive, la partenza imminente… non erano già abbastanza le ragioni che la autorizzavano a procrastinare la decisione?

A pranzo c’era qualche amico che la sorprese con prelibatezze preparate per l’occasione e con una mini torta fantastica. C’era una sola candelina come si usa dopo un certo numero di anni ma, mentre la spengeva, gli venne in mente di non esprimere nessun desiderio e mentre il piccolo fumo saliva in alto mischiandosi all’odore di frutta e gelatina bisbigliò con un senso di gratitudine:

“Fai Tu.”

Nessuno la sentì.

O forse sì.

san damiano

Nel pomeriggio gli amici riuscirono a mettersi d’accordo su chi accompagnare Profumo di Lavanda sulla piccola utilitaria a due posti. Non si capiva se tutta quella voglia di fare quella gita con lei era per il piacere di andar fuori o per evitare i lavori di Greppaldino, ma alla fine fu trovata una soluzione.

Ci volle poco più di un’ora per arrivare ad Assisi ma quel tempo passò troppo velocemente perché la meravigliosa terra umbra coccola con i suoi colori e le sue curve qualsiasi tipo di viaggiatore.

San Damiano si trova un poco distante dal paese. Via Cantico delle Creature, via Frate Fuoco sono vie in cui i due pellegrini passarono nel tentativo di arrivare alla località San Damiano e gli ricordarono di essere nella terra di San Francesco dove la natura era onorata come manifestazione di Dio e chiamata Sorella e Fratello.

Arrivati al piccolo convento Profumo di Lavanda rimase da sola come era rimasta d’accordo con il suo amico che sarebbe ritornato a riprenderla dopo un paio d’ore.

Cominciò a salire la strada in pietra che portava su per il piccolo convento, prima, fatta per metà a scalini e per metà liscia vicina al muro, poi tutta liscia fino in cima.  La salita non era affatto faticosa, una forza misteriosa la aiutava e condivideva con lei i passi, ogni respiro la rendeva più forte. La frase: “Va’ e ripara la mia chiesa” che il crocifisso di San Damiano aveva detto a San Francesco era ricordata in tutte le salse dappertutto su cartelloni e targhe di marmo. Pensò che mai, un comando, era stato così rispettato.

Arrivata nella chiesa, visitò la cappella, dove c’era stato il crocifisso, ora nella Basilica di Santa Chiara, respirò l’aria dei muri antichi e sentì nei polmoni la condivisione con tutti quelli che erano stati lì. Si avviò nel piccolo chiostro dove c’era un pozzo con una bellissima carrucola in ferro chiuso con bellissimi fiori sopra e tutto intorno. C’erano piante ovunque e si capiva che c’era gente che ci teneva per davvero.

Profumo Di Lavanda, però, si rese conto che segretamente dentro di sé cercava Mirco. Pensò a lui in quel momento e gli fu grata di averla portata lì in quel giorno, avvertì questo senso di gratitudine in tutto il corpo e rinunciò al pensiero di vederlo apparire da dietro un angolo.

Fu una rinuncia sincera e grata.

Decise di fare tutto il giro del convento, immaginando che la strada lastricata lo circondasse in tondo ricongiungendosi a dove era venuta e si trovò nel mezzo di un giardino molto più grande del chiostro. C’erano alberi di ulivo e l’erba era ben curata. Era sicuramente quello il posto dove molti anni prima lei e Mirco avevano giocato tutto il pomeriggio! Si guardò intorno e andando avanti, dietro la curva delle mura, la sorprese una vecchia fontana, spostando di poco in alto lo sguardo, dietro la fontana c’era una grossa lastra di marmo dove era impressa una frase del Cantico delle Creature:

cantico

Le parole “Poi mi a portato alla fontana e dietro la fontana cera una parete grossa dove cera una poesia. La scritta il suo zio. Era scritta tutta male ma io no o detto niente” le tornarono in mente come un abbraccio inaspettato da dietro di un amico che non t’aspettavi!

Quel senso di pace e di gioia che annulla il senso del tempo e dello spazio la percorse per tutta la schiena, fu in quel momento che vide la prima farfalla gialla. Poi una bianca. E un’altra ancora di un colore difficile da raccontare. Tre, Quattro. Poi altre due gialle. Altre quattro bianche. Senza fiato sentì dentro di sé la promessa che gli era stata fatta: “Mirco ma detto che mi regala tutti i colori che voglio se vengo a San Damiano per la festa della croce.”

Sentì che Mirco aveva mantenuto la sua promessa, una lacrima tentò di lubrificare il lavoro del cuore e alzando le braccia al cielo si sentì urlare:

“GRAZIEEE MIRCOOOOOO!!!!!”

Qualcuno la sentì ma a lei non importò.

Da un’altra parte dello stesso pianeta, Mirco avvertì un brivido piacevole sotto la pelle, un momento -perfetto-  come quelli dove mente e cuore si prendono per mano, lui non seppe mai il perché di quel brivido ma la sua anima sì.

Profumo Di Lavanda tornò davanti alla chiesa dove la stavano aspettando, con il suo regalo di compleanno nel cuore.

Le farfalle continuarono a svolazzare disordinate nel giardino e quando furono stanche, si andarono a posare su un gruppo di sassi piatti, vicini alla fontana, sotto la targa del Cantico Delle Creature.

Questi sassi piatti erano curiosamente dipinti di giallo, di bianco e di arancione….