Un viaggio che non ti aspetti

trenoVagone del treno. Due ragazze leggono e ogni tanto si scambiano qualche parola. Sono tranquille e si godono il viaggio prevalentemente in silenzio.

Più avanti, invece, un gruppo di giovani conversa vivacemente e ogni tanto si lascia andare a risate accorate.

Più in là una bimba sui tre, quattro anni e i loro genitori, intenti a prendersi cura di lei e a riposarsi là dove è possibile.

Sembrano tutti nuclei diversi, assorti ciascuno nel proprio viaggio, mondi a sé stanti che ogni tanto incrociano qualche sguardo e sorriso amicale con gli altri passeggeri, per poi tornare alla propria attività e al proprio mondo.

A un certo punto la bimba comincia a giocare correndo da una parte all’altra del piccolo corridoio che si forma tra i sedili del treno. Dopo un po’ le due ragazze la guardano e le sorridono, quasi incitandola a proseguire. Anch’io la guardo divertita. È una bimba che ispira simpatia e allegria solo vedendola e che ti fa venire voglia di relazionarti a lei.

Qualche altro giro di corsa ed ecco che uno dei giovani ragazzi allunga improvvisamente un braccio bloccandole il passaggio. Quel braccio è un semaforo, che dopo qualche secondo si toglie e le permette di riprendere la corsa.

Io continuo a osservare, e rimango colpita dalla spontaneità e naturalezza con cui il ragazzo si è messo a giocare con la bimba, e dalla sua modalità aperta ma allo stesso tempo rispettosa con la quale si relaziona a lei. Osservo anche che non rinuncia a parlare con gli amici e a fare quello che faceva prima, solo che ogni tanto aggiunge un gesto accompagnato da uno sguardo sorridente che permette alla bimba di divertirsi.

Dopo un po’ la bimba cambia gioco e si nasconde dietro un sedile per poi far spuntare la testa sorridendo. Lo fa semplicemente per divertirsi, non sembra aspettarsi che qualcuno la assecondi. Tuttavia un’altra delle ragazze del gruppo si mette a giocare con lei facendo a sua volta capolino con la testa. Anche qui non ci sono parole, solo gesti e risate sincere.

Intanto le due ragazze continuano a leggere. Anche loro non interrompono le proprie attività. Restano sedute tranquille a godersi il viaggio, con l’unica differenza che ogni tanto guardano divertite la bimba che gioca.

I genitori, invece, sono attenti ma lasciano che la figlia si relazioni con gli altri passeggeri per giocare, nonostante si tratti di perfetti estranei.

bimbi che si abbraccianoContinuando a osservare, mi rendo conto che questi mondi, questi piccoli nuclei di viaggiatori stanno interagendo tra loro semplicemente attraverso gesti, sguardi e sorrisi. Nessuna parola, nemmeno nessun tentativo di chiedere il nome, la provenienza, la meta o lo scopo del viaggio. È come se non ci fosse il bisogno di conoscersi meglio per potersi relazionare, perché quello che c’è in quel momento è chiaro e sufficiente.

Mi vengono in mente gli studi scientifici sulla comunicazione non verbale che hanno dimostrato che alcuni gesti, sin dall’antichità, hanno lo stesso significato emotivo in tutto il mondo, dall’eschimese all’aborigeno australiano, dall’impiegato occidentale al bambino orientale, esattamente come sta accadendo davanti ai miei occhi. Comprendo la potenza di quel linguaggio privo di parole, ma allo stesso tempo internazionale, quasi atavico. Sicuramente è un linguaggio profondamente radicato in ognuno di noi, perché ha permesso a degli adulti, a dei ragazzi e a una bambina di comunicare senza difficoltà. Non solo, ha permesso a un’italiana, a due ragazze americane, a un gruppo di giovani spagnoli e a una famiglia di arabi di relazionarsi tra loro e di comprendersi con spontaneità e naturalezza.

“Vedi” mi sono detta “tante culture e lingue completamente diverse, ma, alla fine, siamo tutti e solo uomini”.

Oddio la febbre!

febbrePoco tempo fa mi è venuta la febbre, così, quasi all’improvviso. Quel giorno avevo lavorato e svolto le mie attività quotidiane più o meno come al solito. Avevo soltanto allentato un po’ il ritmo perché da qualche giorno avvertivo una leggera stanchezza di sottofondo, segnale che avevo interpretato come un bisogno da parte del corpo di rallentare per poter recuperare meglio le forze. Avendo distribuito gli impegni in tempi più lunghi, è stato più facile per me ascoltarmi e accorgermi che d’un tratto mi sentivo particolarmente strana. Decisi di misurarmi la febbre: 37,5

Essendo una persona che lavora molto su se stessa e che è quasi sempre “sul pezzo” ho subito intuito che probabilmente si trattava di quella che nel linguaggio della Nuova Medicina Germanica si chiama “crisi epilettoide”. In parole semplici è una specie di “crisi di guarigione”, una fase in cui il corpo “resetta” il sistema attraverso sintomi più o meno intensi, che generano appunto una crisi, per poi avviarsi a una fase che va incontro alla guarigione. Dopo quella crisi, infatti, il corpo ritorna a un nuovo equilibrio nel quale il sistema è addirittura migliore rispetto al precedente, è come se si passasse a un sistema operativo più aggiornato dopo aver eseguito un resettamento.

Così ho fatto mente locale e mi sono ricordata che poco tempo prima avevo risolto un trauma antichissimo che aveva a che fare con le orecchie e, guarda caso, avevo anche un dolore acuto alle orecchie. In quel momento, dentro di me, ho sentito che quello era il motivo per cui stavo male.

massa di energiaTrattandosi di un trauma abbastanza profondo e soprattutto durato molto nel tempo, ho messo in conto che la fase di resettamento sarebbe potuta essere piuttosto tosta da gestire. In altre parole, l’energia che era rimasta bloccata in quel trauma, essendo antico e intenso, aveva occupato una massa piuttosto grande, perciò in quel momento il mio corpo si stava reimpossessando di una massa consistente di energia che tornava a essere in circolazione e questo passaggio lo avrebbe potuto mettere in una specie di corto circuito abbastanza lungo e/o intenso da gestire.

Decisi di monitorare il processo per 36 ore, il tempo massimo di durata di una crisi di quel tipo, in modo da intervenire diversamente qualora avessi continuato ad avere quei sintomi. Dentro, tuttavia, percepivo che l’analisi che avevo fatto “tornava” e, nonostante la febbre, mi sentivo felicissima all’idea che stavo andando incontro alla guarigione di un altro trauma del passato! Quindi, tutta contenta, ho spostato gli impegni di un paio di giorni e mi sono messa a letto. Mi sentivo quasi come un animale che va in tana con il bisogno di starsene da solo, leccarsi le ferite e rimanere così fino alla scomparsa del malessere.

prano maniHo fatto del mio meglio per seguire il processo e assecondare le necessità del corpo anche se in certi momenti, in cui la febbre era piuttosto alta e il dolore alle orecchie piuttosto acuto, c’era una parte di me che se ne sarebbe voluta andare per sfuggire a quel dolore. Per fortuna conosco diverse tecniche energetiche che sostengono il processo del corpo in modo naturale e quindi sono riuscita a rendere i momenti particolarmente dolorosi più sostenibili senza dover ricorrere a sistemi più invasivi.

Come da previsione, passate le 36 ore, ho cominciato a stare meglio. Febbre sparita, dolore alle orecchie pure. Avvertivo solo un po’ di spossatezza, quella tipica di quando finisce una fase in cui hai dormito e mangiato poco e ti sei sentito per un po’ sottosopra. Mi sono presa una giornata in più per recuperare al meglio le forze e poi ho riscontrato che ero di nuovo in forma. Praticamente in un giorno e mezzo, senza prendere alcun tipo di medicinale, sono guarita da un’infiammazione alle orecchie con febbre in alcuni momenti piuttosto alta. WOW! Per me si è trattato di un’ulteriore dimostrazione che quello che ho studiato riguardo alle modalità naturali per recuperare il proprio benessere ha un senso, non solo nella teoria, ma anche nella pratica. Mi sono ricordata anche di come gestivo in passato situazioni del genere e mi sono accorta di quanto sono cambiata.

malattiaSe non avessi conosciuto il significato del linguaggio del corpo connesso alla malattia e le fasi in cui questa si manifesta, realizzando di avere la febbre e un dolore acuto alle orecchie, mi sarei vista malata e mi sarei preoccupata. Non mi sarebbe mai venuto in mente che si poteva trattare di un peggioramento momentaneo che mi stava portando incontro alla guarigione e a un nuovo equilibrio. Se poi con il ricordo vado a circa 15 anni fa, scoprendo quei sintomi, la routine sarebbe stata: “Oddio ho la febbre! Cacchio, mi fanno male pure le orecchie!”. All’epoca la malattia andava combattuta e possibilmente istantaneamente. Così mi sarei fatta dare un antidolorifico per non sentire il dolore e un antibiotico per debellare l’infiammazione, anche perché rimanere a casa e non andare al lavoro (per la febbre poi) era un vero lusso. Di solito, un classico era che alla fine mi trascinavo i sintomi per una/due settimane e andavo avanti a forza di medicine.

Nel tempo ho cambiato atteggiamento perché ho sperimentato che questo per me non andava bene, stavo sempre peggio e probabilmente non era la mia via. Così ho iniziato a cercare metodologie e strumenti che mi permettessero di tornare in equilibrio in modo naturale, perché dentro “sapevo” che il corpo ha la capacità di recuperare gran parte dei suoi equilibri, si trattava solo di trovare il canale giusto.

Ho cominciato a cambiare le mie abitudini e a superare le mie paure e preoccupazioni per potermi permettere di stare a letto quando mi sentivo male. Anni fa pensavo che fosse un lusso. Come dipendente ne avevo il diritto, ma in pratica temevo di perdere il lavoro. In seguito, come lavoratrice autonoma, mi sembrava che fosse addirittura impossibile perché non avevo chi mi sostituiva e temevo di scontentare i clienti rimanendo a casa; in più non avevo guadagno e avevo paura di non farcela economicamente. Mi ci è voluto un bel po’, ma alla fine mi sono resa conto che stare a letto, in certi casi, era un modo di sapersi ascoltare e di rispettare il bisogno del proprio corpo di riposarsi per recuperare meglio le forze ed essere più attivi subito dopo.

alleanzaPiano piano ho anche cominciato a vedere la malattia non come un nemico da combattere, ma come una risorsa che mi stava dando indicazioni reali sul mio stato e che mi stava aiutando a comprendere che forse la mia vita non era proprio a posto come pensavo, e che c’era qualcosa da aggiustare e modificare. Così facendo ho potuto sperimentare che mi è stato possibile superare diversi disagi in poco tempo e senza prendere medicinali. Non solo, ho cominciato a osservare che stavo sempre meglio e questo, per me che stavo quasi sempre male e mi imbottivo di farmaci, mi sembrava un miracolo.

All’inizio non è stato facile, perché gli strumenti che ho riscontrato che mi hanno dato un risultato efficace hanno comportato e comportano tutt’ora un grande lavoro su se stessi. Questo per me ha significato imparare ad ascoltarmi, a osservarmi, a sentire le mie emozioni senza raccontarmela. Ha significato essere disposta a modificare i miei atteggiamenti e convinzioni, e ad avere la forza di modificare il mio stile di vita quando ho compreso che non era sano per me. Mi ha portato ad avere il coraggio di essere coerente con me stessa, trovando per esempio il modo di comunicare a qualcun altro che certe situazioni non mi fanno sentire bene; oppure decidendo di affrontare le mie paure, o di seguire una strada anche quando non sembra razionalmente sensato. Per me si è trattato di un cambiamento quasi rivoluzionario, ma non ho avuto scelta. O meglio, ho dovuto scegliere tra soccombere e rassegnarmi a una vita di dolore e sofferenza e cercare un’alternativa.

Ero arrivata a investire stipendi e quantità di tempo notevoli in visite mediche, cure sperimentali, medicinali sempre più forti e invasivi. Ho fatto i miei errori e preso le mie fregature, così come ho incontrato medici speciali con una preparazione notevole e un grande amore per la loro professione, ma, nonostante tutti gli sforzi, stavo sempre peggio e alla fine, per alcuni sintomi, mi è stato detto che non si poteva fare più niente. Così ho iniziato a investire stipendi e quantità notevole di tempo in seminari e percorsi di consapevolezza, in libri, in ricerche, in studi di epigenetica, in dottori e cure alternative. Ho fatto i miei errori e preso le mie fregature, ho incontrato persone con una grande preparazione e un grande amore per la loro attività e, piano piano, nonostante a volte mi sembrava non ci fossero vie d’uscita, mi sono accorta che ho cominciato a stare meglio, fino ad arrivare, negli anni, a superare completamente quei sintomi per i quali sembrava non si potesse fare più niente.

conquistaDentro di me so che la mia guarigione non è stata una casualità, ma una “conquista” dovuta innanzi tutto alla mia voglia di non mollare e di non lasciarmi abbattere dalle difficoltà se non momentaneamente, alla mia curiosità di trovare anche nuovi strumenti e di provarli per vederne l’efficacia, e al mio grande, grandissimo impegno che giorno dopo giorno mi sta permettendo di recuperare me stessa e la mia salute. Gli studi di epigenetica lo stanno dimostrando: noi non siamo succubi dei geni, noi possiamo trasformare i nostri geni e modificare la nostra realtà, incluso il nostro stato di salute. Rispetto all’esperienza fatta fino ad ora, posso testimoniare che per me questo ha un senso.

Sono partita da una situazione in cui non credevo nemmeno che esistessero altre possibilità per riprendersi. Ero veramente disperata quando mi sono resa conto che stavo sempre peggio e non c’era niente che sembrava funzionare. È stato pesante essere giovani, nel pieno della vita, e non poterne godere del tutto per il dolore e la sofferenza e mi sono sentita tarpare le ali, quando mi è stato comunicato che non si poteva fare più niente per guarire. Avevo una vita davanti e non avevo più prospettive, se non di atroci sofferenze. Il lungo e a volte faticoso cammino fatto fino ad ora mi ha portato a recuperare forze, benessere ed energie e a “festeggiare” la febbre e il mal di orecchie.

Impensabile, se mi ricordo come stavo e come ero… eppure è successo.

“Costellazioni Familiari?! E a che mi servirebbero?”

Gli studi scientifici degli ultimi anni, in particolare quelli di epigenetica, stanno dimostrando che la nostra percezione dell’ambiente (sia esterno che interno) attiva dei comportamenti che influenzano il nostro stato di salute psicofisico e il nostro stile di vita. Non solo, stanno dimostrando che ereditiamo anche le esperienze vissute dai nostri antenati e che queste modificano il nostro comportamento a seconda di come sono state percepite da chi ci ha preceduto.

Supponiamo che Tizio e Caio vedano un cane che abbaia. Tizio è tutto felice perché adora gli animali e pensa che voglia fargli le feste. Caio, invece, rimane bloccato dalla paura perché pensa che voglia aggredirlo. Nonostante il cane sia lo stesso, Tizio e Caio hanno due reazioni completamente diverse. Quando a Caio arriva il segnale (dall’ambiente esterno) del cane che abbaia, il suo cervello va nell’archivio e vede che in passato è stato morso da un cane. Se quella paura non è stata superata o riconosciuta come tale, può accadere che il cane venga visto ancora come un pericolo, anche se magari si tratta di un cucciolo che scodinzola. Ecco quindi che il cervello trasmette al corpo il segnale (proveniente questa volta dall’ambiente interno) di allarme, e scatta la paura che porta Caio a bloccarsi davanti al cane. abbraccio col caneTizio, che non ha alcuna memoria traumatica nel suo vissuto rispetto ai cani, si avvicina all’animale e si gode le feste.

Perciò il vissuto traumatico che non abbiamo superato influenza e modifica la percezione della nostra realtà e quindi il nostro comportamento. Lo stesso vale per quei traumi che non abbiamo riconosciuto, magari perché l’idea di attraversarli ci spaventa e quindi preferiamo far finta di niente, pensando che stiamo bene o convincendoci che quella paura l’abbiamo superata.

Ciò che la scienza sta dimostrando è che queste dinamiche avvengono anche per quei traumi che abbiamo ereditato, traumi di cui spesso non siamo nemmeno consapevoli ma che comunque ci cambiano il comportamento pur non rendendocene conto.

Supponiamo che il nonno di Caio sia stato morso da un cane e poi sia morto perché a quei tempi era facile prendersi un’infezione letale. Supponiamo che il papà di Caio era piccolo quando è successo il fatto e che quello che ha capito è che ha perso il padre per il morso di un cane. Se negli anni non riesce a superare quel dolore, potrebbe accadere che suo figlio Caio rimanga paralizzato dal terrore ogni volta che vede un cane, anche se non ha mai avuto episodi traumatici diretti che giustifichino quella reazione. In base all’esperienza che Caio ha ereditato, il morso di un cane non è solo un pericolo, ma implica la perdita della vita e quindi la sua percezione di fronte a un cane è di terrore.

Questo può sembrare un episodio banale, ma intanto Caio si priva di una relazione equilibrata o piacevole con i cani e magari fa di tutto per evitare di andare a trovare gli amici che hanno un cane in casa o prova una forte ansia, ogni volta che si concede una passeggiata al parco sotto casa, per la paura di incontrare qualcuno che porta il cane fuori. Caio investe un sacco di energie nell’evitare l’incontro con i cani e in ansie ogni volta che ne vede uno, in più si limita privandosi di attività che gli piacerebbero, come passeggiare nel parco e andare a trovare i suoi amici. E il bello è che assume questi comportamenti senza una vera ragione, visto che non ha mai avuto episodi traumatici con i cani. Tuttavia, Caio si rende conto che ogni volta che vede un cane si sente terrorizzato e non può fare a meno di reagire in quel modo, anche se non riesce a spiegarsene il motivo. Non solo, la sua paura è talmente grande che non riesce a cambiare comportamento pur rendendosi conto che “apparentemente” si tratta di una paura infondata.

Gli stessi meccanismi accadono anche per situazioni che non definiremmo poi così banali. Per esempio chi ha avuto in famiglia diverse perdite di uomini in età precoce o comunque ancora giovani, potrebbe ritrovarsi a essere un uomo violento. Oppure storie di abusi sessuali possono portare alle generazioni successive comportamenti tali per cui le donne “attraggono” uomini sbagliati o violenti, oppure vorrebbero avere una relazione ma poi, di fatto, assumono dei comportamenti per cui si allontanano dagli uomini. Anche stati emotivi di forte depressione, che talvolta possono portare fino al suicidio o al pensiero di farlo, possono dipendere da storie di abusi sessuali in famiglia.

Altro esempio sono i vissuti di povertà in cui si è sofferta la fame. Questi possono portare alle future generazioni difficoltà in ambito lavorativo o economico, oppure a sintomi come il diabete, l’obesità o, nei casi più estremi, alla schizofrenia*.

Ecco quindi che, spesso, dietro a tanti nostri comportamenti e reazioni quotidiane che di solito partono in automatico e di cui a volte non ci rendiamo nemmeno conto, ci sono dei vissuti traumatici che non sono stati superati o riconosciuti da noi o dai nostri antenati. Lo stesso dicasi per alcuni sintomi fisici o disagi emotivi.

cambiare lavoroE così, se per esempio non abbiamo il coraggio di cambiare un lavoro che ci fa star male perché temiamo di non farcela economicamente e piuttosto siamo disposti a mantenere quel lavoro anche se stiamo male, è possibile che dietro a questo comportamento ci sia un antenato che abbia vissuto un evento rimasto ancora traumatico, o che non sia stato riconosciuto come tale, legato a qualche episodio di stenti. Magari in una famiglia di dieci figli un antenato ha dovuto abbandonare un figlio, oppure un bisnonno ha perso il padre da giovane e si è ritrovato ad avere difficoltà economiche, o qualcuno delle generazioni precedenti ha subito la fame a causa della guerra. Qualunque sia stato il motivo, resta il fatto che ci facciamo andar bene un lavoro che in realtà ci fa star male e, pur essendo consapevoli che quel lavoro non è salutare per noi e che vorremmo cambiarlo, non lo facciamo perché ci sembra che non ci siano altre possibilità oppure perché “sicuramente” senza quel lavoro moriremmo di fame o faremmo una vita di stenti e sacrifici. Ci preoccupiamo per il futuro a causa di un passato non risolto e intanto ci viviamo male il presente, spesso facendo buon viso a cattivo gioco.

Ora, sempre secondo gli studi scientifici, è stato dimostrato che è possibile cambiare il comportamento modificando la percezione. Perciò, riferendomi all’esempio precedente, per trovare il coraggio di cambiare un lavoro che ci fa star male, occorre modificare la percezione della paura legata alla convinzione di non farcela economicamente; oppure, nel caso di Caio, modificare la percezione della paura legata alla convinzione che se un cane ti morde, muori.

Bene… ma all’atto pratico, come si fa? Oggi ci sono davvero tanti strumenti che aiutano in modo naturale a riconoscere e a integrare vissuti traumatici. Tra quelli che conosco e che ho sperimentato personalmente, ci sono anche le costellazioni familiari.

costellazioni familiariSi tratta di un lavoro che utilizzo per modificare qualcosa di particolarmente significativo per la mia vita o per fare passaggi che per me sento davvero importanti. Grazie alle costellazioni familiari ho potuto comprendere a un livello profondo perché sentite nel corpo, nelle emozioni e viste davanti ai miei occhi, quali erano le dinamiche che mi bloccavano una determinata situazione e ho potuto sentire come quel blocco faceva stare me e i miei antenati. Vivendo quelle emozioni, quel dolore o quella paura, che a volte pensavo insormontabili, mi sono resa conto non solo che era possibile attraversarle, ma anche che era possibile trovare una soluzione. Così, sentendo con la stessa intensità anche le dinamiche che portavano a una via d’uscita, ho potuto acquisire quella forza necessaria per creare una trasformazione dentro di me e nella mia vita. Detto in termini epigenetici, ho cambiato la percezione e quindi il comportamento che influenza lo stato di salute e la realtà.

Successivamente, quando la vita si è presentata con eventi simili a quelli che mi bloccavano, non solo li ho potuti riconoscere, ma a quel punto ho potuto scegliere se continuare con il vecchio schema o attuare un cambiamento. E così, nel tempo, mi sono accorta che riuscivo a mettere in pratica quello che avevo visto e percepito in costellazione, fino a realizzare, con grande soddisfazione, che quella trasformazione era avvenuta perché riuscivo a gestire diversamente il solito scenario e inoltre non mi spaventava più.

Grazie alle costellazioni ho potuto anche comprendere a un livello più profondo la storia della mia famiglia e quello che i miei antenati hanno dovuto attraversare. Così, se in passato ho giudicato i miei genitori e mettevo spesso l’accento su ciò che tra noi non ha funzionato, dopo aver sentito dentro di me quello che hanno vissuto, non mi è più venuto di giudicarli. È come se avessi potuto far pace con il mio passato, riconoscendo il mio vissuto per quello che è stato e integrarlo come esperienza.

Dalle costellazioni familiari ho ricevuto talmente tanto che ammetto che si tratta di un lavoro che mi sta particolarmente a cuore. Così, quando con Fabrizio Venturi, dopo diversi anni che seguivo i suoi lavori, si è creata l’opportunità di organizzare delle costellazioni condotte da lui, sono stata felicissima. L’idea, infatti, di fare un lavoro che mi ha dato tanto qui a Greppaldino, una terra che amo e che è anche il mio luogo di origine, mi riempie di gioia. Così come mi piace il fatto di offrire e condividere questo strumento prezioso con le persone del territorio e con tutti coloro che si sentono attratti da questa esperienza.

cambiare realtàCambiare la nostra realtà richiede impegno, ma è possibile. Un tempo lo dicevano le antiche tradizioni spirituali, oggi lo dice anche la scienza. Per quanto mi riguarda, sono una persona che sente dentro di sé che è possibile vivere bene ed essere felici di vivere, e quindi sperimento continuamente strumenti che permettono un cambiamento in maniera naturale, mantenendo poi quelli che sono stati efficaci. Perciò, rispetto alla mia esperienza fatta fino ad ora, posso dire che non sempre il cambiamento è facile e immediato, ma è sicuramente possibile. Ne vale la pena? Dal mio punto di vista assolutamente sì, perché giorno dopo giorno sto imparando a conoscermi sempre più in profondità e a riconoscere i miei punti di forza e i miei limiti, rendendomi sempre più conto di quanto la mia vita sia stata condizionata da rabbia, paure, preoccupazioni e convinzioni che non erano nemmeno mie, ma che ho fatto tali.

Così, quando riesco a superare un limite, sono felice perché so che ci sono più opportunità davanti a me, visto che sono in grado di fare esperienze che prima non riuscivo a fare per la paura. Non solo, avendo sempre meno condizionamenti, posso fare scelte per me stessa e la mia vita assecondando quello che veramente sento adatto a me, e questo mi fa sentire libera, una conquista che per me non ha prezzo.

*nel seguente articolo è possibile leggere alcune ricerche fatte nell’ambito dell’epigenomica ed epigenetica

L’identità perduta

La mia nascita è andata contro ogni tipo di schema o convinzione. A mia madre, in seguito a una malattia, era stato diagnosticato che non avrebbe più potuto avere figli. Invece… quando entrambi i miei genitori avevano 39 anni, hanno scoperto che avrebbero avuto un altro figlio. Poiché secondo i canoni dell’epoca mia madre era considerata vecchia per avere figli e in più non ne avrebbe potuti avere, ammesso che fosse riuscita a portare avanti la gravidanza, io sarei dovuta nascere malformata… nelle migliori delle ipotesi… “mongolotta”. Così le dicevano i medici e le persone che le stavano intorno, perché queste erano le convinzioni della società di allora. Se fossi nata di questi tempi, in cui partorire tra i 40 e i 50 anni sta diventando normale, forse i miei genitori non avrebbero subito tutte quelle pressioni e preoccupazioni. Ricordo che mio padre raccontava spesso che corse in ospedale dal lavoro per venire a vedermi quando nacqui, ma non glielo permisero perché non era l’orario delle visite. Fece di tutto affinché acconsentissero a lasciare che mi vedesse almeno per un istante, quello necessario per verificare che avessi tutte le dita delle mani e tutte le dita dei piedi… “Ah, è sana!” aggiungeva poi a conclusione del racconto. Sebbene fossero passati diversi anni dalla mia nascita, percepivo ogni volta nelle sue parole quella sensazione di sollievo all’idea che alla fine tutto fosse andato bene.

bimbo nella naturaDa piccolissima ero tutt’uno con la terra, la natura e gli animali. Ero una bambina libera che poteva essere semplicemente se stessa e sentivo il piacere della vita e di essere viva. Poi verso i 6 anni qualcosa cominciò a cambiare. Dovetti mettere gli occhiali da vista e portare le scarpe ortopediche, che erano di un solo tipo per l’inverno e uno solo per l’estate. Così cominciai a sentirmi diversa dalle altre bambine che potevano indossare tutte le scarpe che volevano e diversa dalla maggior parte dei bambini che a quell’età non portavano gli occhiali da vista. Ironia della sorte, scivolai sulle scale per via delle scarpe ortopediche e ruppi l’incisivo, l’unico dente “vero” in mezzo ai denti da latte. Ricordo le parole disperate di mia madre: “NOOOOO! Ha ancora tutti i denti da latte! Ma ti pare che le si doveva rompere proprio quello! E poi è proprio davanti! Che peccato!”. Mi ricordo tutt’ora quella strana sensazione che non capivo cosa fosse successo perché ero ancora troppo piccola, ma sentivo che, rispetto alle altre volte in cui ero caduta, doveva essere accaduto qualcosa di veramente brutto. E così, per non far vedere il dente rotto, cominciai a perdere il sorriso, nel senso che sorridevo in maniera controllata.

bimba bruttaNon so se sia stato per via di questa trasformazione dente, occhiali, scarponi, o se per qualche altro motivo, ma a un certo punto mi resi conto che venivo considerata tra le più brutte della classe e presa in giro dai miei compagni. Improvvisamente per gli altri bambini non andavo più bene così com’ero. E poi non potevo vestirmi “alla moda” perché non era economicamente possibile per i miei e perché per loro non era così necessario. Ricordo che mia madre mi diceva “è importante che tu sia pulita e in ordine, non alla moda”. Lei guardava all’essenza più che all’apparenza, ma a quei tempi io non lo capivo e ho cominciato a credere che così com’ero io non andavo bene e che gli altri non mi apprezzavano perché non ero come loro.

Alle medie si aggiunse il problema del seno. Compagne di classe a cui era cresciuto il seno in seguito allo sviluppo erano corteggiatissime, quando fino a poco tempo prima venivano ignorate o addirittura prese in giro perché considerate brutte. Io sono sviluppata un po’ più tardi e comunque, a differenza di mia madre, non ho avuto un seno prosperoso. Di conseguenza ho iniziato ad associare il fatto che essendo piatta non fossi sufficientemente femminile. Semplificando… per gli altri, ero brutta… per me, ero brutta e piatta. Ma che ci potevo fare, ero così e basta e quindi, nonostante tutto, c’era ancora dentro di me quella strana forza che mi permetteva di socializzare così com’ero e fare la mia vita senza lasciarmi sopraffare dal fatto che fossi considerata brutta. Mi piaceva troppo uscire, stare all’aperto e giocare e quindi anche gli altri giocavano e stavano bene con me, anche se non ero tra le bambine più belle.

La cosa curiosa è stata che finita la terza media andai per un mese a casa di una giovane zia che mi diede qualche consiglio per valorizzarmi un po’, piccole cose, legate soprattutto all’abbigliamento. Avevo abbandonato le scarpe ortopediche già da diverso tempo, ma avevo sempre il dente rotto, gli occhiali ed ero sempre piatta. Eppure, praticamente da un giorno all’altro e senza quasi un motivo apparente, cominciai ad avere una marea di corteggiatori e di ragazzi anche più grandi disposti a fare follie per me. Dentro mi sentivo sempre la solita. Possibile che indossare una minigonna al posto dei pantaloni e mettere un filo di trucco potesse suscitare tutto quel putiferio?

ragazza carinaA quel punto era troppo, davo troppo nell’occhio. E così iniziarono i problemi con l’immagine della ragazza “per bene” che veniva attesa o disattesa agli occhi dei vicini, del paese e degli amici e che sembrava non accontentare mai pienamente nessuno. Le ragazzette che avevano diversi “fidanzatini” erano poco serie, ma paradossalmente ero poco seria anch’io perché parlavo con i ragazzi ed ero socievole. Il fatto stesso che ci parlassi era la dimostrazione che ci stavo insieme, per certi adulti questo era più che ovvio. Poi c’era chi ti diceva che eravamo troppo piccole per indossare minigonne e tacchi; chi ti diceva invece che le femmine portano gonne e capelli lunghi; la tv che forniva Carol Alt come modello di bellezza e quindi essere castani con gli occhi marroni ti metteva subito fuori gioco.

Insomma, in mezzo a tutta quella confusione, mi ci è voluto un po’ per capire che visto che tutti dicevano tutto e il contrario di tutto e che comunque venivo criticata a prescindere, tanto valeva fare quello che mi piaceva. In ogni caso il bombardamento di come dovevi essere e comportarti era costante e piano piano ho cominciato a rinforzare sempre di più quella convinzione che così com’ero non andavo bene. Sì, mi rendevo conto che per qualche strano motivo piacevo ai ragazzi e mi chiamavano spesso per fare la modella per parrucchieri o le comparse al cinema, ma io non ero bella, poco ma sicuro. Avevo gli occhi a palla, il dente rotto, l’interno coscia moscio, la cellulite e  credo che fossi riuscita a trovarmi pure le smagliature; avevo le occhiaie viola che facevano il giro degli occhi, ero pallida, piatta e con le gambe da calciatore. Mi sorprendevo che mi chiamassero per le comparse nel mondo dello spettacolo pur non avendo raccomandazioni e mi chiedevo cosa ci trovassero in me i ragazzi. Oggi, rivedendo le foto di allora, mi sono accorta di quanto la mia mente ingigantisse i difetti o li trovasse anche là dove non c’erano. Tuttavia io non mi piacevo e a volte mi sono privata di certe esperienze che amavo, come andare al mare, per non mettermi in costume ed essere presa in giro. Oppure ci andavo ma non riuscivo a divertirmi più di tanto per via del disagio che provavo. Il punto è che per me quei difetti erano veri e li ho vissuti come tali, lasciando che a poco a poco limitassero quel piacere di godermi la vita e di essere spontanea.

In quel periodo, poi, c’era il fatto che bisognava fare attenzione al maniaco di turno. Ricordo un sacco di racconti di ragazzine del quartiere che sembrava lo avessero visto o che fossero state violentate. Così quando uscivo, soprattutto di sera, c’era una specie di rituale che mi accompagnava al mio rientro a casa. Prepararsi la chiave del portone già in macchina, passo sicuro ma spedito accompagnato da occhi grandi e tutti i sensi allertati; una notevole abilità a infilare velocemente la chiave nel portone controllando allo stesso tempo se l’ascensore era al piano oppure no; un bel respiro di incoraggiamento per entrare nell’atrio e “fiuh, anche nel sottoscala non c’è nessuno!” e di corsa a casa.

Di conseguenza a volte mi sarei voluta vestire un po’ più carina e curata, ma avevo contemporaneamente il timore di attirare troppo l’attenzione e di fare brutti incontri. “Possibile che una donna non sia libera di vestirsi come le pare?” era una domanda che mi facevo spesso e che mi creava un forte senso di ingiustizia.

“Con un corpo del genere non ci si può vestire così, sembra una Smart con le mutande!” erano alcuni dei commenti quando passava una donna in carne con una gonna.

botero“Quella è una che se la tira” poteva essere il commento quando passava una donna con la gonna che invece era in forma. Insomma, anche da adulta, continuavo a osservare una modalità tra le persone per cui ognuno giudicava l’altro sulla base del fatto che rispondesse o meno ai propri modelli. Mi è rimasta particolarmente impressa la chiacchierata fatta con un bell’uomo di origine africana, di quelli che avrebbe potuto avere un’ampia scelta di donne che lo corteggiavano e che tutto compiaciuto mi disse che per lui sua moglie era bellissima. E una cosa che gli piaceva tanto di lei era il fatto che fosse particolarmente grossa e quindi il suo corpo rappresentava l’abbondanza, cosa che attraeva tanti altri uomini africani. Mi ricordo che dentro sentii che questa cosa aveva un senso e che probabilmente in quelle zone dell’Africa io non sarei stata considerata attraente e forse nemmeno le nostre modelle che invece facevano sognare tanti uomini occidentali. “Tutto è relativo”, questo mi dissi, “perciò tanto vale seguire la propria indole”.

Ma qual è la nostra vera indole? Se dessi retta ai vari suggerimenti, prima o poi impazzirei. “A te sta bene la matita nera” … “Hai mai provato a metterti un po’ di colore?” … “La donna che sta bene con se stessa dovrebbe essere acqua e sapone” … “Dovresti valorizzarti un po’ di più con il trucco, stai così bene!”. Lo stesso dicasi per l’abbigliamento. E poi ci sono tutte le paranoie interne. “Non mi posso mettere questa maglietta aderente con questo pancione!”… “Vedrai che se mi metto in jeans e maglietta mi dirà che così non mi valorizzo” … “Ma mi posso mettere sto vestito per andare a fare la spesa?” … “Se mi metto in tiro poi sembra che lo voglio conquistare”. È come se il mio valore dipendesse dal fatto che la mia immagine sia coerente o meno con il modello che ho in mente per me stessa e di conseguenza questo si riflette anche negli altri e nel loro giudizio. Ma ha veramente senso attribuire tutta questa importanza a un modello che tra l’altro non è nemmeno veramente mio? A forza di dare valore ai suggerimenti degli altri e a quelli mediatici ho perso via via la mia identità, quella capacità di assecondare ciò che sento dentro con spontaneità e semplicità, trovandomi così immersa in meccanismi di continui paragoni e di bello/brutto, giusto/sbagliato, etichetta/non etichetta, magro/grasso, perfetto/imperfetto, puttana/santa, piacere/privazione… il tutto, magari, per poter essere accettati e riconosciuti dalla società, dai colleghi, dagli amici, dal compagno di turno… una follia!

Per fortuna quella strana forza che avevo da piccolissima, quella che mi permetteva di “essere con i piedi per terra” e di sprizzare vitalità da tutti i pori, non mi ha mai abbandonata. È rimasta dentro, magari latente e atrofizzata, ma è rimasta. Così ho potuto sentire che quando sono in contatto con questa forza vitale e mi permetto di vivere e basta, assecondando con spontaneità quello che sento e che mi dà piacere senza alcuna forma di giudizio, ritrovo la mia vera identità e il mio vero valore. Da quello spazio posso andare a un party in piscina in tuta e ciabattine, senza un filo di trucco, ed essere accolta con piacere e sentirmi pure dire che “sono bona”. Con la stessa semplicità posso fare la spesa in tailleur e tacchi alti ed essere quella di sempre, senza sentirmi superiore a nessun altro. Da quello spazio il complimento mi fa piacere, ma non ci ricamo sopra per mezz’ora, me lo godo sul momento e mi lascio attraversare. Lo stesso dicasi per le critiche e i giudizi. Da quello spazio il mio valore non dipende dai complimenti ricevuti, né viene sminuito dalle critiche e, se un uomo fraintende il mio atteggiamento, so che ho la capacità di chiarire in modo semplice e diretto, senza farmi paranoie del tipo “che penserà… rimarrà male… e se poi non ci vediamo più…”. Così come non ho più paura di rispettare il mio valore quando qualcuno, anche se in buona fede, riflette su di me il suo modello di perfezione facendomi sentire che non vado bene perché non corrispondo a quella immagine.

maschereCi ho provato. Pur di essere riconosciuta e apprezzata dagli altri ho provato a essere come suggerito dai media; ho provato a essere come suggerito dagli ambienti spirituali; ho provato a essere vegetariana; ho provato a vestirmi con abiti firmati; ho provato a fare sport per essere sana, tonica, col ventre piatto e i glutei tondi; ho provato a truccarmi e pettinarmi secondo i suggerimenti degli esperti. Ci ho provato, ma non ha funzionato, perché accontentavo qualcuno e scontentavo qualcun altro e intanto io facevo la vita dettata dagli altri, convincendomi che per me andava bene, ma dopo un po’, tutto quel lavoro fatto per essere in un certo modo, saltava come un castello in aria. O mi veniva detto che non andavo più bene, o a me certi modelli cominciavano a stare stretti, rendendomi conto che non mi davano quel senso di libertà e benessere promesso. Così ora, quando qualcuno cerca di impormi i suoi modelli, sto imparando a dire “grazie, ma questa cosa non fa per me” e se gli altri non sono disposti ad accettarlo, va bene, li rispetto e rispetto le loro scelte, ma io vado avanti per la mia strada. Per inseguire modelli che non mi appartenevano ho consumato un sacco di energie per avere poi una felicità fittizia. Ora mi rendo conto che questo per me non ha più senso, perché riesco a sentire dentro di me quel riconoscimento e quel valore che prima cercavo dagli altri e mi accorgo che quando sono in contatto con quella forza io sono io, così come sono, e vado bene e MI vado bene così come sono, perciò anche il bisogno di confrontarmi con gli altri scompare. Sento un piacere di vivere che supera qualsiasi condizionamento interno ed esterno, ritorno quella bambina che si meraviglia e si diverte anche davanti a piccole cose. Probabilmente è questa la mia vera identità.

Sono consapevole che tanti anni di schemi, convinzioni, “paranoie” mentali non sono facili da smantellare. Nonostante abbia riconosciuto la mia indole, a volte faccio fatica a rimanervi aderente, in quanto i vecchi modelli partono spesso in automatico. Tuttavia sento una specie di spinta dentro che mi incita a vivere e a godere di quello che c’è nel momento, e se questa spinta ha a che fare con la forza che ha permesso la mia nascita, beh, allora, so che ce la posso fare.